Cleric

Regressions

2010 (Mimicry Recordings) | progressive & art-metalcore, noisecore

Di base a Philadelphia, Pennsylvania, i Cleric iniziarono la loro avventura nel 2003, muovendosi in territori math-core/post-hardcore e realizzando un paio di Ep promettenti ma destinati a lasciare pochissima traccia di sé. Nel frattempo, tra lavori commissionati per il cinema ("Punk Rock Holocaust" del 2004) e la solita routine di una band ancora alla ricerca della propria identità, i ragazzi andavano progressivamente assorbendo massicce dosi di metal estremo, rendendo la loro musica sempre più tortuosa e sperimentale. L'approdo al primo Lp passò attraverso il contatto con la californiana Mimicry Recordings e, soprattutto, con il produttore Colin Marston, che impiegherà diversi mesi per venire a capo di quello che, come avrà egli stesso poi modo di ricordare, è il disco più denso su cui ha mai messo le mani (tra le note di copertina si legge: "Painstakingly engineered, mixed & mastered"). Il che è tutt'altro che un’esagerazione, dato che "Regressions" (questo il titolo dell'album uscito nel 2010) è uno dei grandi capolavori dell'ultimo decennio, con i suoi settantasei minuti e rotti di musica in cui la sintesi di metalcore, noisecore e mathcore è costantemente sottoposta a sollecitazioni e urti noise, elettronici e psichedelici.

Armati di una compattezza esecutiva e di una creatività fuori dall'ordinario, Matt Hollenberg (chitarra elettrica, bağlama), Larry Kwartowitz (batteria, percussioni), James Lynch (basso, tenori-on, theremin, percussioni) e Nick Shellenberger (voce, tastiere) sono artefici di un'opera cui bisogna abbandonarsi senza remore, lasciandosi travolgere da un torrente in piena di potenza ed emozioni, qua e là schiarito da interludi che hanno il compito di ridurre, almeno per pochi secondi o qualche minuto, il tasso di devastazione.
Preceduta da pochissimi secondi di trepidazione, l'iniziale "Allotriophagy" (il brano più lungo del disco, con suoi diciannove minuti e rotti di durata) scodella scariche adrenaliniche e urla bestiali, bombardamenti a tappeto e defaticamenti di proporzioni sinfoniche, prima che tutto si ricomponga in geometria dissennata, ma sabotata da un approccio disturbato e psichedelico. Le masse del suono assomigliano a una febbre allucinatoria, a un magma incandescente che, una volta superato l'ottavo minuto, trascina con sé anche fughe nell’iperspazio, percussioni terremotanti, offensive doom e voci deformi. Questo tour de force vive della continua tensione tra strutturazione e decostruzione, tra momenti massimalisti e altri in cui gli strumenti si piantano intorno a nuclei sonori relativamente più semplici, come nel caso della lunga coda, quando i quattro ripetono fino all’estenuazione la stessa colossale figura in un (de-)crescendo thriller.

Il primo interludio appare come il riflesso sonoro del precedente sfacelo, l'eco indistinta che ancora percorre il corridoio della memoria. Segue, quindi, "A Rush Of Blood", che fa leva su espettorazioni grind e divagazioni jazz, è propulsa da riff chitarristici al limite della schizofrenia più spinta e vira alfine verso una forma di death-doom in salsa horror. In questo brano, gli intermezzi tra una scarica di violenza e l'altra diventano sempre più criptici, mostrando quanto i Cleric siano alla ricerca del perturbante in musica. Secondo interludio: uccellini cinguettanti, qualcuno che strimpella in veranda una chitarra che sembra un sitar, cupi tonfi in lontananza che diventano sempre più opprimenti, ruggiti mostruosi. Segue "The Boon", che rincara la dose di follia, proponendosi come uno dei loro brani più imprendibili, tra scambi tech-death, carrellate poliritmiche, silenzi squassati da fiammate screamo che mimano le urla di dolore di un cyborg, elettronica informe e percussioni e pianoforti in libera uscita.
Dopo l'ambient-drone del terzo interludio, ecco "Cumberbund": attacco al cardiopalma, fuoco e fiamme, ancora echi di un passato in cui i Napalm Death erano "the next big thing", stacchi in velocità, urla belluine e scarabocchi sintetici. Più avanti, scansioni death-doom degenereranno in parapiglia sboccati, prima che una figura melodica s’impossessi del palcoscenico. Prima che altre catastrofi ci ricordino che quella dei Cleric è una poetica del tormento, e il tormento, si sa, spesso e volentieri si traduce in forme labirintiche.

L'eco del progressive-rock degli anni Settanta è più nitida in "Poisonberry", in cui la matrice del loro sound assume a tratti connotazioni austere, pur risolvendosi in un marasma babelico che va a schiantarsi nell'urlo digitalizzato di "&", preludio al collasso terminale di "The Fiberglass Cheesecake", la cui prima parte (qualcosa come i Genghis Tron e gli Agoraphobic Nosebleed in un tritacarne) è il risultato di un montaggio in studio. È la loro piéce più astratta, con una lunga coda (ben sette minuti) di pianoforte e disturbi glitch a disegnare un lento, inesorabile addio.

(08/12/2019)

  • Tracklist
  1. Allotriophagy
  2. -----
  3. A Rush of Blood
  4. -----
  5. The Boon
  6. -----
  7. Cumberbund
  8. Poisonberry Pie
  9. &
  10. The Fiberglass Cheesecake
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