Dopo il buon successo (inglese soprattutto) del precedente firmato "Version" (2007), il sempre
cool e talentuoso ma discontinuo Ronson - già dj alla moda, autore e produttore di grido per
Amy Winehouse, anfitrione di una personale via albionica al nu-soul - ci riprova con l'attuale "Record Collection". La formula è più o meno la stessa: mix di
northern soul riletto in chiave hip-hop ed electro con qualche spruzzata indie e
britpop che non guasta, singoli accattivanti,
featuring e ospitate famose praticamente in ogni pezzo. La differenza più rilevante consiste nel fatto che, mentre là si parlava essenzialmente di
cover, qui i brani sono tutti originali, scritti da Ronson insieme ai suoi numerosi collaboratori, e suonati da una vera e propria band, la The Business Intl. del
moniker, che, pare, accompagnerà Mark anche in tour.
Brani autografi che, come suggerisce il titolo, porgono il dovuto omaggio ai tempi in cui farsi una "collezione di dischi" era ancora d'uso comune e in particolare agli anni 80, al
revival del synth-pop e più genericamente alla dance di quel periodo. Stili che s'amalgamano in diverse accezioni al funk, al soul e all'hip-hop, muri portanti di casa Ronson. Un'operazione che trae la sua forza e il suo limite dall'essere, nel bene e nel male, una collezione di singoli, una raccolta di lati A di una volta, scanditi a tavolino. Con queste credenziali il disco parte sparato, inanellando in sequenza tre potenziali gemme, tali: "Bang Bang Bang" synth-pop svagato ed "esotizzante", col cantato irresistibile di Amanda Warner (MNDR) che risponde al
rappin' a cinque stelle del sempre in forma
Q-Tip; "Lose It In The End", altro idillio synth lanciato al galoppo e cavalcato a briglie sciolte da
Ghostface Killah (un altro che col flow che si ritrova potrebbe rappare anche i dialoghi di una telenovela e strappare comunque applausi a scena aperta) e cantato da Ronson in persona nel falsetto di un ritornello da giardino delle delizie; "The Bike Song", altro
electro-rap d'invidiabile caratura melodica, fra 80's pop e soul zuccherino.
Poi sullo stesso crinale, ma con un po' di verve in meno, troviamo il leccato soul ottantesco di "Somebody To Love" (cantata da Boy George), la falcata ampia e ostentata, quasi
Blondie, di "You Gave Nothing", l'epica spudorata della
title track con un bel numero di
Simon Le Bon alla voce. A variare un po' il menù intervengono l'hip-hop ammantato di
northern di "Introducing The Business" e lo
swingin' soul di "This Night Last Night", che, cantata dalla Winehouse, potrebbe fare sfracelli. "Record Collection" è, in conclusione, un disco dal
groove raffinato, dal fascino ballabile e patinato, che ribadisce l'astuzia produttiva e la scrittura eclettica del suo autore, ma che ti fa venire voglia di vederlo alle prese con un album vero, con un'opera più articolata e personale.