Nella loro Champaign, Illinois, come tanti altri giovani
musicisti, Pat Elifritz e Ryan Brewer hanno trascorso qualche anno a suonare in
band dall’impatto sonoro urticante, che puntavano sul rumore, sulle ritmiche
incalzanti e su volumi elevati. Chiusa quell’esperienza, nell’estate del 2006
hanno deciso esplorare gli antipodi di quel tipo di suono e, soprattutto, di
metodo: hanno così intrapreso il loro progetto in duo, chiamato Good Night
& Good Morning, con il quale nel successivo biennio hanno realizzato un
paio di Ep che li hanno visti addentrarsi in cadenze rallentate e quadri sonori
dalle tinte decisamente sfumate, dipinti in prevalenza dal dialogo tra chitarra
acustica, pianoforte e voce.
Nel secondo degli Ep, “Studentin” i due sono stati
affiancati dalla arpista Róisín Maguire, che però è stata ben presto costretta
ad abbandonare la band per motivi di studio. Ritrovatisi in forma di duo,
Elifritz e Brewer hanno ridisegnato la loro dotazione strumentale,
introducendovi chitarra elettrica e vibrafono. Il loro album omonimo (in realtà
una sorta di corposo mini dalla durata di poco inferiore alla mezz’ora),
originariamente pubblicato nel 2009 e adesso riprodotto per il mercato europeo
dalla benemerita Own Records, costituisce dunque un vero e proprio nuovo inizio
per i due musicisti, adesso alle prese con composizioni dalle movenze indolenti
e incastri melodici di consistenza impalpabile.
Nei cinque brani dei quali si compone “Good Night & Good
Morning” si avvicendano accordi narcolettici e un cantato codeinico, che evoca
sospensioni imperscrutabili e un senso di torpore sereno e tutto sommato
piacevole. È quel che risulta ben palese fin dall’iniziale “Sister”, nella sua
alternanza tra ovattate visioni al rallentatore e segmentazioni delle linee di
basso che conferiscono un minimo di palpabile concretezza alle eteree folate di
fondo, non a caso sfocianti senza soluzione di continuità nel successivo
interludio ambientale “Ocean In View”. Facile pensare all’intimo raccoglimento
di Mark Kozelek, ma ancor più alle scarnificazioni dei Bark Psychosis o ancora
al grado zero della lentezza raggiunto dagli Spokane, ma anche a certe
declinazioni umbratili e sottilmente psichedeliche dell’indie-rock
statunitense.
Eppure, tra sospiri, fugaci field recordings e note
di pianoforte, all’interno dei cinque brani non mancano frammenti di canzoni in
catalessi, melodie che si svolgono prima in brevi parti cantate e dunque in
code strumentali sempre più dilatate (seguono questo medesimo schema entrambe
le conclusive “Wine” e “Wallflower”, dalla durata di circa sette e otto
minuti), che scolorano placidamente in accordi sognanti, liquide note di
vibrafono e in una nebbia incantata, al cui rassicurante abbraccio la musica
dei Good Night & Good Morning suggerisce di lasciarsi andare senza opporre
resistenze.
10/01/2011