Toby Grave e Shiloe Alia sono marito e moglie e vengono da Portland, Oregon, terra che ha dato i natali a una scena musicale iper-sdoganata in tutto il mondo (dai Kingsmen, tra i padri fondatori del garage-rock, agli indimenticabili
Wipers, che lo hanno mescolato alla
new wave, fino al compianto
Elliott Smith). I coniugi Grave (ognuno ha il cognome che si merita) hanno prematuramente abbandonato la formazione dei Blessure Grave, principalmente votata al
goth-rock, nell'estate 2010, dopo la pubblicazione di un unico album ("Judged By 12, Carried By 6", per la Release The Bats Records) preceduto da un paio di
tape e da una manciata di
split ed Ep, per proseguire il loro cammino musicale verso le lande affollate della new wave dei giorni nostri.
Come dire: l'ennesima tra le tante
tribute-band dei
Joy Division o dei
Chameleons, in
mise un pizzico più
electro, che tanto spaccano tra i giovanissimi, annoiati e pseudo-nichilisti-ma-con-gusto.
"An Open Door" esce per la Fast Weapons (l'etichetta gestita da Nathan Howdeshell dei
Gossip,
ndr); il canovaccio (ruffiano) è grosso modo lo stesso: schitarrate post-punk a profusione, sezione ritmica decisiva (con basso imperante e drum-machine immancabilmente 80's), synth analogici come se piovesse, liriche crepuscolari, celebrative di un domani inesistente e di un'arrendevolezza compiaciuta, e vocalità cupe
à-la Tom Smith che-canta-come
Paul Banks, che-canta-come
Ian Curtis.
La seccante e al contempo rassicurante sensazione del "già sentito" si insinua inesorabilmente nella testa a partire da "From This Point On", titolo quanto mai programmatico. "Death In The Family" è pregna di atmosfere a marchio registrato "
The Cure" (quelli degli episodi più oscuri di "
Pornography", per intenderci), mentre "Borders Comfort" è il tipico pezzone dal ritmo sostenuto da ballare incazzati e ammassati sulla pista di un minuscolo club londinese. "Feral Moans", tra i brani più lodevoli, è oscura e dolente anche nel cantato di Toby, sempre più fosco, con incursioni sintetiche iniziali e finali che ne adornano l'austerità.
Per il resto, "An Open Door" scorre indolore e, tutto sommato, parecchio godibile anche per il buon lavoro di post-produzione; a lungo andare, però, l'esiguità di idee si risolve in episodi di autocitazione ("Be Alone") e in ripescaggi qua e là dai repertori dei padri spirituali del genere in questione ("Sea Of Doubt"). Nonostante suoni più come il prodotto di una fase di pieno consolidamento (e appiattimento) nell'esistenza di una band, si ha a che fare con un'opera prima destinata a piacere. Niente di più certo e apprezzabile del "derivativismo". Ci si augura che "la porta aperta" del titolo sia in realtà allusiva a una possibile rinascita dei Blessure.