Diciamoci la verità. Gruppi come
Cranes, Curve,
Lush o Chapterhouse sono probabilmente più apprezzati e studiati oggi di quanto non accadesse venti anni fa. La storia del rock, oramai lo abbiamo imparato sin troppo bene, sa prendersi le sue vendette e rivincite con imperscrutabile (spesso beffardo) tempismo e il gioco dei ricorsi prima o poi incorona tutti di gloria luminosa - anche i più defilati, c'è da starne certi.
Nell'ormai consolidata tendenza di rivisitazione di certo dream-pop/shoegaze meno rumoroso e più etereo, “femminile” tanto nelle movenze quanto nella fuggevole iridescenza di forme e intonazioni, si colloca dunque la proposta delle giovani sorelle britanniche Thurlow, presto salite agli onori delle cronache grazie ad una serie di fortunati Ep (nonché apparizione live a supporto dei contigui
Chelsea Wolfe,
Big Pink,
Warpaint), ora affiancati da un album omonimo per Fiction - storica label dei
Cure, e non è per niente un caso- che può peraltro vantare mentori di tutto rispetto quali Alan Moulder e
Rob Ellis.
Le due fascinose fanciulle si producono pertanto in un dream-pop atmosferico e brumoso, per lo più freddo e introspettivo, spesso screziato da lampi dark-wave, che, se non brilla per eclatante fantasia, sa comunque sfoggiare in più punti una discreta scrittura, capace di sedurre l'orecchio attraverso evocazioni finemente tratteggiate, dense di gotico lirismo. Tra i pezzi più riusciti spiccano subito “Revolving” (giro azzeccatissimo), “A Salute” (forse la creazione più compiuta e originale, disegnata con un tratto liquido di chitarra ed equilibratissime punteggiature ritmiche), “Circuitry” e “Ride”, stilisticamente vicine ai risultati dei
Blonde Redhead più recenti.
Al netto di una vaga monotonia d'assieme e constatando il progressivo quanto fisiologico esaurirsi di una vena dream-pop ormai sfruttata al massimo delle sue concrete potenzialità da decine di gruppi contemporanei più o meno dotati, l'esordio delle 2:54 si lascia godere nell'eleganza di molte delle sue soluzioni, forse senza mai sorprendere davvero, evitando comunque svenevolezza e cadute di ispirazione troppo evidenti.