Tra gli strumenti usati per registrare l’ora di musica che costituisce il lunghissimo brano di questa nuova fatica di Aboombong, compare anche un monitor che registra il battito di un feto. Non una semplice stranezza, perché “Anaphora” è presentato come “a cross generational collaboration between my grandfather (…) and my son, born 101 years apart”.
In mancanza di indicazioni precise, se ne deduce, quindi, che il battito che ascoltiamo sia quello del figlio del musicista di Seattle, mentre la voce narrante appartenga al vecchio padre…
Cosa succede, dunque? In verità, poco o niente, perché, a quanto già esplicitato, bisogna aggiungere la lenta, rarefatta evoluzione di aurore ambientali che spingono verso uno stato di ipnosi comunque difficile da sostenere per così tanto tempo. Chissà se il Nostro riuscirà, prima o poi, a rinverdire i fasti di “Asynchronic“…
11/09/2012
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