Ho conosciuto i Red River Dialect nei miei viaggi in Cornovaglia, e la loro musica è giunta a significare tutto ciò di selvaggio, roboante, straziante e ingiustamente bello che percepisco di quella costa. Ci sono una nostalgia precisa, una confusione dell'anima, un lamento visionario.
M.C. Taylor, Hiss Golden Messenger
È proprio così: ascoltare "awellupontheway" dei Red River Dialect è come ergersi, in piedi sulla scogliera, e lasciarsi investire dalle mareggiate, dagli spruzzi di schiuma, dal vento imperterrito. Montare la prua nel mezzo della tempesta, una folle risata in gola che accompagna i vertiginosi saliscendi sulle onde.
I Red River Dialect sono la band di David Morris, fine importatore inglese del meglio che il folk-rock psichedelico statunitense possa offrire, mecenate in madrepatria di
Hush Arbors,
Arbouretum e, appunto,
Hiss Golden Messenger.
Le declamazioni di druido allucinato di Morris (un
Roky Erickson con cappuccio e bastone) sono sorrette e fomentate dal fisico asciutto, guizzante degli arrangiamenti per chitarra, basso e batteria (si veda il rituale
Pentangle-iano di "Lintle" in particolare); tutto registrato in presa
live, ad acuire quel senso di tensione che è purtroppo raro nel genere, per quanto essenziale.
È una bellezza ferina, inquietante ("Lion Walks Among"), quella di "awellupontheway": giochi di ombre lasciano solo presagire un risveglio, l'improvvisa epifania di qualcosa che già l'anima conosceva ("Tavy Cleave"); visioni di una campagna rigogliosa ("Appleseed") riverberano in un improvviso rinascimento interiore.
Lontano da
cliché e affettazioni, "awellupontheway" veleggia solidamente verso il sicuro apprezzamento della scena di riferimento, una vera boccata d'aria per quest'ultima. Come dice Ben Chasny dei
Six Organs Of Admittance: "Era dai
Waterboys che non si sentivano delle jam marinaresche da pugni-in-aria come queste".