C’è un motivo, e non è così trascurabile, se tra le tante graziose donzelle cinesi dedite al recupero della millenaria storia di canti e musiche della tradizione, a spuntarla ad un livello di considerazione tutt’altro che circoscritto (entrambi i lavori precedenti, “Harmony” e “Alive”, sono stati distribuiti in tutto il mondo), sia stata proprio Sa Dingding. Questo perché, aldilà delle inopinabili qualità vocali, aldilà del pregio e della finezza della confezione, ciò che realmente ha convinto di una proposta inserita in un filone non proprio arido è il suo specchiarsi in due mondi che non hanno mai saputo dialogare in maniera così aperta e schietta tra di loro.
Se da un lato la corrente ondata di pop-star ha sempre dimostrato una certa indifferenza verso i retaggi più profondi della propria cultura musicale, magari relegandola a saltuario vezzo espressivo, d’altro canto il manierismo con cui molti degli interpreti attuali della tradizione s’affacciano al proscenio non mostra particolari appigli d’interesse. Pochissimi sono stati i casi di una commistione convinta e incisiva tra le due sfere, ancora meno quelli di chi ha saputo cavarci qualcosa di più personale, che non odorasse di plasticosa materia pseudo-new-age o poco più.
Che la spiritualità, la ricerca di un’essenza profonda, richiamata alla mente dalle ampie distese deserte della sua Mongolia Interna, rivesta comunque un ruolo fondamentale nell’opera della Sa è assolutamente fuori discussione. La parca videografia, così come la visione panica dei testi, lasciano intuire però come essa si alimenti essenzialmente da un contatto positivo con l’esterno, da un colloquio aperto e disinvolto con la natura, che solo in rari casi cede il passo all’interiorità dell’Io.
Se “Harmony”, nelle sue curiose (ma nel complesso meglio risolte) volute folktroniche, si era già avviato con istintiva sensualità verso speculazioni simili, “The Coming Ones” giunge al grado successivo, solcando con maggiore convinzione lo stesso sentiero, ma apportando significative diramazioni nel durante. I sapori e gli umori del passato non vengono sparsi al vento. Gli eterei vocalizzi della musicista, ancora refrattari all’uso della lingua inglese, ribadiscono ogni momento il legame che la congiunge al sapere dei suoi antenati, in brani che non si privano mai dell’eleganza forbita di una voce che ormai si esprime con sfumature impensabili.
A fungere da impalcatura stavolta non compaiono però soltanto richiami, più o meno trasfigurati, alla tradizione, tant’è che è forse la prima volta in assoluto che non si presentano all’appello, salvo brevissime circostanze, strumenti antichi o quantomeno estranei al concetto di modernità. Vengono invece in soccorso pianoforti, lunghe distese di archi, finanche un’elettronica parzialmente depurata da ingerenze esterne (si veda il pulsare technoide di “Qiu Xiang Yue”, come pure la fin troppo strampalata inserzione de “L’inno alla gioia” di Beethoven nelle dinamiche imponenti di “Ru Ying Sui Xing”), ad avanzare la stuzzicante ipotesi di un futuro sempre più teso alle strutture pop.
Ancora la strada è lunga e la cinese tradisce qualche insicurezza nel candidarsi a songwriter di razza, tuttavia l’innata indole interpretativa (nettissima nel canto libero di “True Words”, puntuale anche negli interventi più elegiaci come “Different Century”) e la pronunciata silhouette contemplativa delle composizioni, volte ad un continuo slancio verso il mistero della vita, non tarda a rivelare il fascinoso incanto della sua dicotomia.
Tra terra e cielo, un’opera che regala attimi di beata purezza.
30/10/2012