C'è chi lo conosce per via della Ghost Box Music, etichetta gestita con Julian House (tra i tanti impegni, anche grafico per conto degli
Stereolab) e casa dei The Focus Group (quelli di “
Investigate Witch Cults Of The Radio Age”, miracolo
retro-pop in combutta con i
Broadcast), o chi per l'attività musicale, divisa tra due
moniker: Eric Zann e Belbury Poly.
E lui, che all'anagrafe fa Jim Jupp, esercitando la professione di alchimista pop, come Belbury Poly taglia il traguardo del quarto album (esclusi i due
extended).
Sbavino i fanatici di
library-music. In "The Belbury Tales" c'è tutto il necessario per cui goderne: il Piero Umiliani più svampito e gli
Stereolab in salsa
space-age-pop, esotismo e funk al silicio, elettronica documentaristica e sottesi
kraut (che non sono library, ma tant'è).
Dopo un breve
intro, “Cantalus” apre le danze, e immaginate Vince Guaraldi - quello del tema dei Peanuts - musicare le gesta Charlie Brown con un synth venusiano. “A Pilgrim's Path” suona visionaria e leggiadra, parafrasando certe ballate
prog e marcate tangenze
Air. “Goat Foot” è il classico - ma non troppo - funk d'
exploitation, con tanto di organo
clavinet e percussioni idiofone, giusto per dare un tocco esotico. Roba da inseguimenti a Bollywood.
Alchimista pop dicevamo, e con il suo andazzo saltellante e quella voce trasognata femminile (come
Hanne Hukkelberg costretta a registrare dopo due ore filate di Raymond Scott), “Green Grass Grows” sta a dimostrarlo. Ma dicevamo pure dei sottesi
kraut. che, se in “Summer Round” vivono anche - e diciamolo - secondo la lezione dei nostrani Automat (quelli di Droid" usata poi per sigle televisive in Italia e all'estero), trovano ragione d'essere nel
motorik Neu! di “Chapel Perilous”. Il resto lo lasciamo a voi.
Una
strange music non tanto
incredible ma fascinosa. Molto.