Metzengerstein. Il nome del castello raccontato nella novella omonima da un giovane Edgar Allan Poe rispunta dagli scaffali polverosi di una biblioteca dimenticata da Dio, dal Diavolo e dagli uomini (o, molto più probabilmente, dalle ricevute di un ordine su Amazon) per battezzare col fuoco questo tenebroso trio che viene dalla Toscana, e che nasce dalle fosche tinte del progetto dark-ambient Holy Hole. Al di là di ogni slancio citazionista e fervore passatista (fortunatamente, non si è ancora visto un gruppo che si chiami “Fifty Shades of Grey”), di densità di contenuti nell’esordio “Albero Specchio” ce n’è davvero tanta.
La Sonic Meditations, etichetta ultra-specializzata dello statunitense Justin Wright (aka Expo ’70), conferma il suo fiuto nella ricerca di novità musicali di notevole fattura artistica, e lancia i Metzengerstein nel panorama della psichedelia occulta di respiro internazionale.
Dallo sperimentalismo oscuro e rituale dei Master Musicians Of Bukakke al kraut-rock magmatico dell’esperienza Golden Cup, le influenze sono molteplici e convergono in un collage di suoni primitivi che, seppur ben strutturati, risultano denudati di qualunque ampollosità e virtuosismo onanista.
Il magnetismo esercitato dalle furiose rapsodie notturne che compongono l’album comincia a sortire i suoi effetti di smarrimento già al primo ascolto, per quanto sia consigliabile inabissarvisi ripetutamente.
Da “Đ” a “ש”, grazie anche alle ipnotiche incursioni al flauto di Donato Epiro (metà dei Cannibal Movie), si assiste a un’onnipervasiva scomposizione dei pensieri più contorti, che vanno pian piano dissolvendosi in una sorta di “brodo primordiale” neuronale.
I quaranta minuti di “Albero Specchio” sono solo il corposo inizio di un viaggio ancestrale che si prospetta travolgente.
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27/05/2013