Entrambe le suite si mostrano come le due facce di un “maelstrom” cacofonico che si allontana circospetto dalla definizione di power electronics o death industrial grazie alla sua fluidità interna, che muove il tempo dentro un continuo flusso di vita e morte. Gli strumenti di Miller e Manfield camminano in un terreno franoso che viene inghiottito e frammentato dalla mente di Merzbow che trasforma ogni singola molecola di realtà in uno spasmo orgasmico di vita insettoidale: microscopica, fredda, predatrice, in disfacimento.
Nata come puro esempio di sperimentazione sonica, confinante con un’improvvisazione organizzata, “No Closure” è sicuramente un’opera difficile da interpretare e da analizzare, che deve essere affrontata con una concentrazione e attenzione particolare.
08/11/2013