Queensr˙che

Queensr˙che

2013 (Century Media) | prog-heavy-metal

Si era già parlato delle deprimenti vicende che hanno sconquassato la storia dei Queensryche nella recensione dedicata a "Frequency Unknown", “l’altro” disco del gruppo. Ebbene sì, perché ora ci sono due band che vanno in giro con lo stesso nome e sarà così almeno fino al prossimo novembre, quando verrà deciso dagli organi di competenza chi potrà continuare a usufruirne dopo la spaccatura in due avvenuta lo scorso anno: Geoff Tate, lo storico frontman della band, espulso a forza dalla stessa, oppure il resto della formazione, composto da Rockenfield, Wilton e Jackson? In attesa di tale verdetto, sempre che poi possa significar qualcosa per l'ascoltatore finale, si può valutare cosa hanno saputo proporre questi ultimi, dopo l'integrazione nella band di Todd La Torre, voce - a sua volta già di rimpiazzo - dei Crimson Glory.

La scelta di La Torre non sembra effettivamente dimostrare il massimo del coraggio: le doti vocali del nuovo membro sono tutt’altro che trascurabili ma è palese la volontà di proporre un cantante quanto più affine al Geoff dei primi cinque album della band. Il nome dato al disco è del resto tutto un programma: "Queensrÿche", e nient'altro, a ribadire la sbandierata volontà della band di ricominciare da capo e tornare a sonorità abbandonate da ormai 20 lunghi anni. C’è poco da fare, il timore di trovarsi di fronte a una mesta cover band di sé stessi, nei bei tempi che furono, sarebbe vivido e giustificabile per chiunque. Tale paura sembrerebbe in effetti concreta ascoltando il singolo “Redemption”, uscito in anteprima, così ricco di richiami autoreferenziali, e l’intro dell’album “X2” è un poco velato omaggio alle atmosfere deliranti di “Rage For Order”.

Tuttavia ciò che si cela dietro la facciata è un disco tutt’altro che autocompiaciuto. L’energia della band sembra in alcuni momenti esser tornata a scorrere possente: Rockenfield non suonava con tanto vigore le pelli da secoli, riesumando la storica accoppiata ritmica con il bassista Jackson in una potente “Spore”. In generale, la struttura dei brani è decisamente più lineare e immediata rispetto sia agli ultimi lavori della band che al disco "avversario" di Tate. Mancano le composizioni complesse, quelle divagazioni a cavallo tra il pop e la vena progressive della band le quali, nonostante gli alti e bassi qualitativi, erano comunque rimaste presenti anche nei lavori successivi l’addio di De Garmo, uno dei principali compositori della “bell’epoque” del quintetto di Seattle. Qui l'ago della bilancia è fortemente sbilanciato verso un heavy metal epico, a tratti un pelo caciarone, con un ritorno a melodie di impatto che disorienta per quanto fosse rimasto un ricordo lontano, riportandoci alla memoria gli esordi della "Regina del Reich". Le sonorità non sono tuttavia appannate da quell'effetto nostalgia che in troppi adorano perseguire: il sound è abbastanza fresco e tirato a lucido e soprattutto la produzione è di buonissimo livello.

Non sempre la formula fa però centro: “Vindication” esalta per la sua velocità e “In This Light” ammicca con la sua melodia catchy, ma entrambe tendono a esaurirsi dopo pochi ascolti, lasciando emergere soluzioni non di grande spessore. In altri casi l’equilibrio è perfetto e così accade che “Don’t Look Back” riacciuffi la frenesia presente in momenti storici di “Operation: Mindcrime”, in particolare “The Needle Lies” rappresenta il parallelo più evidente.
Non mancano certo i lenti. “A Word Without” è la classica ballatona “made in Queensrÿche” che contiene tutti gli elementi della formula tradizionale: orchestrazioni, il duetto con l’inseparabile musa Pamela Moore e assolo in delay. “Silent Lucidity” è lontana anni luce, ma è bello ripensarci anche solo per un attimo, mentre “Open Road” conclude con classe il platter, ripristinando un’altra antica feature dei Ryche: il gran finale.

Dopo tanti mesi di becero gossip è inevitabile almeno accennare un confronto con l'opera "simmetrica" capitanata dall’acerrimo Geoff Tate. "Queensrÿche" è roccioso, presenta un livello medio buono, senza le cadute di "Frequency Unknown" (presenti anche volendo non considerare le sacrileghe cover volute da Tate a suggello dell'album); tuttavia manca di quel colpo di classe di livello assoluto, di quel gran brano che emerge e rimane impresso nella memoria, caratteristica che a tratti riesce a donare il discusso ex-vocalist della band (vedi la conclusiva “The Weight Of The World”), con buona pace dei nostalgici.
Concludendo, questi nuovi-vecchi Queensrÿche tutto sommato convincono e stupiscono per il ritrovato entusiasmo proponendo un disco roccioso e ben suonato. La fenice è risorta dalle sue ceneri? Ancora no, ma la strada è segnata: l’eventuale maggior integrazione dell’ottimo La Torre, il quale dovrà progressivamente abbandonare gli occasionali scimmiottamenti del suo predecessore, e l’evoluzione di un songwriting ancora un po’ troppo autocompiaciuto potranno forse restituire la band che molti hanno amato negli anni 80, dopo una lunga, lunghissima attesa.

(14/10/2013)



  • Tracklist
  1. X2
  2. Where Dreams
  3. Go to Die Spore
  4. In This Light
  5. Redemption
  6. Vindication Midnight
  7. Lullaby
  8. A World Without
  9. Don't Look Back
  10. Fallout
  11. Open Road
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