Che l'Africa sia la linea d'orizzonte tra il presente e il futuro non è proprio un mistero degli ultimi anni. È parecchio in effetti che il potere con la P maiuscola si interroga sulle tempistiche e sulle modalità per mollare le briglie, scardinare le porte a un'energia potenziale concentrata in un'area che rappresenta 1/5 delle terre emerse sul pianeta Terra.
Al solito la musica, e l'arte in generale, si permettono di giocare d'anticipo con alcune realtà sconosciute, ibridando i propri comportamenti, mettendo in tasca nuove modalità di imitazione e commistioni di generi, tutto al di fuori della logica lucrativa, come invece il potere cui sopra. Osserviamo infatti che negli ultimi 5-10 anni il territorio africano è diventato il riferimento per buona parte dell'indipendente musicale internazionale, portando alla ribalta alcune sonorità secolari tuttora misconosciute ai più e comunque volenterose di allontanarsi da quell'africo-tribale finora ascoltato nelle mescolanze del reggae o della prima musica blues.
Era in effetti da quando il blues inflenzò tutta la generazione chitarristica anni 60-70 che la musica africana non tornava prepotentemente nelle orecchie occidentali, attualmente accompagnata e assimilabile al concetto hipster di musica alternativa e/o indipendente. Uno dei primi "vip" in tal senso fu Damon Albarn che già nell'esperienza Gorillaz e poi in viaggio nel continente nero portò nella Stanca Europa (come la "raffigura un selfie recente") quell'idea di ritmo e tribalità da fondere nel meltin-pot di chitarre e sintetizzatori.
I Beaty Heart seguono questo filone che parte appunto dal fondatore dei Blur e si allaccia ad Animal Collective e Vampire Weekend su tutti, ma non tralascia l'attuale e onnipresente fusione tra sample sintetici e percussioni tribali (Glass Animals, Spring Offensive citando gli ultimi arrivati).
Giunti all'esordio con "Mixed Blessings" - un discreto esempio di questo sincretismo tra elettronico e analogico-tribale - i Beaty Heart sono un trio di percussionisti inglesi, arrivano da Londra e sono amici conosciutisi nella migliore tradizione Uk: tra i banchi del college.
"Mixed Blessings" ha un ritmo incalzante e felice ("Banana Bread", "Kanute's Comin' Round"), gongola e rimbalza tra xilofoni e gorgheggi ("Seafood") tuffandosi nell'Oceano Indiano tra l'Asia e il Madagascar ("Yadwigha's Theme", "Greetings To Eblis"); dopotutto "Mixed Blessings" è un buon disco, ma contrae i muscoli quando si tratta di allungare il passo: la tribalità paga (ad ora) il prezzo della ripetitività e il limite maggiore coincide con la voglia di multiculturalità, troppo spesso antonimo d'integrazione.