Cheatahs

Cheatahs

2014 (Wichita) | shoegaze, alt-rock, noise-pop

Si può fare musica a Londra riscoprendo il gusto per il frastuono di un’America vecchia di decenni? A questo interrogativo replicano con forza i quattro Cheatahs che nella capitale britannica hanno smascherato la loro comune passione, ma che in realtà affondano le proprie radici lontano dalla City. Il frontman e leader della band Nathan Hewitt, del resto, è nato e vissuto in Canada e anche l’inglese James Wignallm, chitarrista, si è trasferito solo dopo gli studi nella metropoli più cosmopolita della terra. Saranno loro a dare origine a quello che è il nucleo fondamentale della formazione battezzata Cheatahs e al quale andranno a sommarsi al basso il californiano trapiantato a Londra Dean Reid e alla batteria Marc Raue, tedesco di Dresda. Da tanta varietà geografica, il rischio era di trovarsi tra le mani un disco caotico e informe e invece, già dalle prime note che seguono l’intro rumoristico (“I”), ogni timore può essere accantonato.

Tutte le idee sono rigorose, ben delimitate e identificabili e prova ne è il fatto che, seppure in ognuno dei dodici brani possano essere rimarcate discordi sfaccettature stilistiche, nel complesso il suono dei Cheatahs è omogeneo, senza sbalzi repentini o brusche virate. Quando i circa quaranta secondi che introducono l’album omonimo della band londinese lasciano il terreno alle chitarre e alla voce di Nathan Hewitt, sembra quasi che ci si debba preparare a un viaggio nella moderna psicheledia (“Geographic”) eppure quelle stesse corde velenose e impetuose hanno un acido sapore anni 90 che sul palato conserva il godimento di certi Dinosaur Jr. e Pixies, in quell’alternanza tra alti muri sonici deformati e assoli brevi e feroci (“Northern Exposure”, “Leave To Remain”). Non ci si culli però del fatto che si sia scovata la giusta chiave di lettura per "Cheatahs" perché quelle stesse distorsioni muteranno ancora lievemente forma, divenendo più incorporee e liquefatte, sposandosi a una vocalità carezzevole e soffusa e palesando la natura shoegaze del quartetto (“Mission Creep”, “IV”), che non si spaventa a prendere cinicamente spunto dai capiscuola My Bloody Valentine (“Fall”).

Come detto, tutte le ispirazioni, seppur non troppo originali, danno forma a un suono tutt’altro che stucchevole e vetusto, capace di imboccare anche le strade meno attese del punk in stile Hüsker Dü (“The Swan”) o ancor più power-pop, alla maniera degli Weezer più casinisti che si ricordino (“Get Tight”, “Loon Calls”). Il tutto sempre in chiave frastornante, con il rumore in primo piano, trambusto del tipo buono, quello che mostra la potenza e origina un noise-rock mai sfrenato eppure potenzialmente gonfio d’inni generazionali da tenere bene a mente, un po’ come hanno saputo fare i canadesi Japandroids (“Cut The Grass”). È su queste lezioni noise che nascono alcuni dei pezzi migliori, come “Kenworth”, che con i suoi circa sei minuti, è anche il brano più lungo del lotto. Ognuna di queste idee, ogni cosa dello stile Cheatahs è dunque legata indissolubilmente alle altre e nulla pare poter prendere il sopravvento sul resto. A questo disco mancano solo qualche linea melodica e un po’ di originalità per essere veramente qualcosa di mirabile, ma innegabilmente un album cosi è qualcosa di cui si sente il bisogno. Qualcosa che forse non si aspettava neanche chi aveva saputo apprezzare “Extended Plays”.

(27/01/2014)

  • Tracklist
  1. I
  2. Geographic
  3. Northern Exposure
  4. Mission Creep
  5. Get Tight
  6. The Swan
  7. IV
  8. Leave To Remain
  9. Kenworth
  10. Fall
  11. Cut The Grass
  12. Loon Calls
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