Machinefabriek

Stillness Soundtrack

2014 (Glacial Movements) | dark-ambient, post-minimalism

Il nuovo Machinefabriek, che poi tanto nuovo non è, proietta verso la dimensione cinematografica l'arte di un musicista che può forgiarsi del titolo di rappresentante emblematico di un'intera generazione sperimentale, pure con una discreta sicurezza. Di sicuro, se si volesse cercare un centro nel quale convergono tre delle principali direttrici sonore degli ultimi anni – ovvero modern classical, ambient e field recordings, per definirle in maniera spicciola e capirsi al volo – l'arte dell'olandese sarebbe tra i primi e più convincenti risultati. Un'arte che lui stesso ha sempre definito come composta da “film senza immagini”, motivo per cui questo “Stillness Soundtracks” assume facilmente le forme del compimento ritardato da un lato, e del mezzo auto-tradimento (o della caduta in tentazione) dall'altro.

Il nuovo Machinefabriek non è poi tanto nuovo, si diceva: il progetto risale infatti a più di un anno fa, quando Zuydervelt aveva accettato di sposare la causa della connazionale Esther Kokmeijer e lavorare alla musica che avrebbe accompagnato i cinematic landscape del suo “Stillness”. Ovvero niente di diverso da dei filmati ripresi con camera ferma in alcune fra le più suggestive location dei due poli del nostro pianeta, dall'Antartide alla Groenlandia. Una forma di dialogo tra suono e immagine che è divenuta autentica consuetudine di certa ambient music, per lo meno da quando Steve Roach ha aperto la strada con la storica serie “Quiet Music”. A risultarne era stata una sorta di sinfonia tascabile in cinque movimenti, pubblicata su in edizione superlimited su Usb e pronta, complice soprattutto la natura glaciale, a far innamorare il sempre attento Alessandro Tedeschi.

La scelta stilistica, evidente già a partire dall'inchino ai Roll The Dice del primo movimento - privo di titolo e, come gli altri quattro, corredato esclusivamente dall'indicazione della location dove è stato girato il filmato corrispondente – è quella di tenersi il più possibile lontano dai cliché ambientali legati alle rigide temperature dei poli. Dunque niente flussi di droni, spazio e orpelli ridotti al minimo e strumentazione limitata ad archi e campionatore, per quello che si rivela ben presto come il disco più umano della corposa saga Machinefabriek. Qualcosa di cui il maestro Phill Niblock andrebbe decisamente fiero, considerato il corposo debito con il post-minimalismo pagato in particolare nella quiete ferma del secondo movimento (con tanto di coda nel silenzio in stile Murcof) e nella lunga litania immobile del terzo.

È una prosecuzione, neanche troppo velata, del percorso avviato nello splendido “Dauw” e proseguito, ormai quattro anni fa, con l'altrettanto valido “Daas”: gli undici minuti del quarto movimento, ambientato tra gli iceberg e i pinguini delle Isole Yalour, ne “umanizza” la perfezione formale recuperando l'intimismo minimale delle collaborazioni con Stephen Vitiello. A chiudere il cerchio è l'inedito calore del canale Leimar descritto nel quinto movimento, che trova similitudini solo nelle aggiunte primaverili dei due “(Chinstrap)”, miniature coloratissime che ricordano certi esperimenti di F.S. Blumm e spezzano (pure troppo) il non-ritmo. Ed è l'abuso di quest'ultimo a rivelare le (comunque relative) difficoltà che il romanticismo nero pece di questi cinque diamanti dalla classe sopraffina incontra nel sopravvivere senza le immagini che nasce per accompagnare.

Niente di troppo strano, se non stessimo parlando di uno che ha composto alcuni fra i “film senza immagini” più suggestivi degli ultimi anni, dalle quali la sua musica arriva invece questa volta a dipendere.

(11/08/2014)

  • Tracklist
  1. (Chinstrap)
  2. Stillness #1 (The FRAM, Greenland)
  3. Stillness #2 (Hulissat, Greenland)
  4. Stillness #3 (The Protector, Antarctica)
  5. (Chinstrap)
  6. Stillness #4 (Yalour Islands, Antarctica)
  7. Stillness #5 (Lemair Channel, Antarctica)
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