Nicole Atkins

Slow Phaser

2014 (Oh' Mercy!) | avant-pop, songwriter

A volte sembra quasi provarci gusto, Nicole Atkins, a farci patire la sua mancanza.
Poco incline per indole alle regole di un carrozzone dorato che rischiava di annientarla, mal tollerando il suo atteggiamento caparbio e irregolare, la trentacinquenne del New Jersey ci ha di fatto abituato alle repentine e prolungate uscite di scena. C’è chi con scetticismo la considera per questo alla stregua di una speranza bruciata, ed è plausibile che, avesse optato per un più docile e ossequioso inquadramento negli schemi dello show business, la cantante statunitense pubblicherebbe ancora oggi dischi per la Columbia – con tutt’altra frequenza e supporto promozionale – e brillerebbe con ogni probabilità tra le stelle di prima grandezza in quel firmamento. Ma a queste condizioni sarebbe stato un compito troppo facile e troppo ingrato, evidentemente. Un gioco che, per ovvi motivi, si è scelto di non giocare.

Annunciato con una promessa lo scorso anno (anche nel corso della sua prima, fugace, apparizione italiana di sempre) e più volte posticipato, il nuovo “Slow Phaser” non fa mistero di ambire a essere davvero l’album del ritorno per la musicista, volata in Svezia per registrarlo nel medesimo studio in cui era nato “Neptune City” e sotto le cure dello stesso produttore di allora, Tore Johansson. Non è un caso che se ne riconosca la mano sin dall’avvio, quando le luci soffuse e le movenze sensuali ma severe di Nicole, da perfetta femme fatale, trascolorano in un retro-pop avvolgente e notturno. A colpire è la sicurezza, arma che fa parte da sempre del suo corredo di artista. Il carattere e il tocco da maliarda contribuiscono a rendere sontuosa una ballad corrucciata e misuratissima, evidente soluzione di compromesso tra le fantasmagorie baroque-pop dell’esordio e la coraggiosa giravolta autoriale del sophomore: l’indirizzo espressivo di un terzo Lp che si preannuncia non facile sarà questo, in fondo. La constatazione trova importanti riscontri nella successiva “It’s Only Chemistry”, resa euforica e ciondolante come un’escursione in alto mare, anche per merito di un coro chiamato a dare manforte e ubriacare dolcemente. La Atkins abbraccia l’ascoltatore in un esercizio da consumata maestra di seduzioni dove, cooptando un armamentario più tradizionalista (compreso il banjo) e profondendosi in un’esibizione che flirta apertamente con il country, si rende proprio testimonianza di questa ricerca di smaliziati accomodamenti tra le precedenti incarnazioni, quella fiabesca e colorata e una più intimista, ben radicata nel suo retroterra yankee. Su tutto svetta l’interpretazione al solito convincente, prova di virtuosismo affilato e senza macchie.

In “Slow Phaser” la scrittura sembra inseguire le stesse traiettorie eclettiche e oblique dell’ultima Brisa Rochè, giocando in sottrazione e non disdegnando ombreggiature sintetiche nel quadro di un comunque agilissimo easy-listening. Il ricorso alle sottili ibridazioni stilistiche si offre come comodo espediente cui la cantante è abile a conferire la giusta concretezza plastica, in virtù delle qualità policrome della sua voce favolosa, calda, lucente. Da principio gli arrangiamenti possono spiazzare, così come gli inserti corali rutilanti. “We Wait Too Long” è l’episodio nel quale un simile artificio si rivela più scoperto e l’esecuzione tende a gonfiarsi in un numero magniloquente che pecca un tantino per affettazione. Non c’è tuttavia ruffianeria nelle pose un po’ estenuate, e la reiterazione finisce per legittimare anche le scelte apparentemente più audaci. Meno Nashville e più avant-pop à-la My Brightest Diamond, insomma, ma ogni rischio di sofisticazione è scongiurato in partenza perché Nicole resta una songwriter dalle radici solide e profonde. Affascina con la limpidezza del suo canto da sirena e, se una semplificazione delle trame pare innegabile, questo non limita le suggestioni di una firma genuina e personale. Che dà il suo meglio nel caso di “Red Ropes”, avvantaggiandosi della stessa eccelsa naturalezza melodica delle più riuscite tra le sue pagine di ieri, da “The Way It Is” a “The Tower”. Anche nell’enfasi di uno sviluppo che non si preclude derive melodrammatiche, la Atkins è sensazionale per come riesce a frantumare il vincolo delle adulterazioni formali e a imporsi nella sua autenticità di donna prima che di artista. Stentorea, infettiva, toccante, come in poche oggi sanno essere.

Le fumose e grigie architetture che soprattutto nella (notevole) seconda parte servono da fondali rivelano una curiosa corrispondenza con la Apple dell’ultimo, sofferto album. Anche Nicole non ha timore a mostrarsi più cruda, abbruttita da mood gravati dall’inquietudine, ma ne esce con polso, con la forza di incantesimi tanto semplici quanto efficaci. La magia risiede nell’angolarità di quella sua voce così versatile, le cui inflessioni sospingono i brani esattamente dove lei desidera, a toccare le giuste corde in chi vi si presti. E’ spigliata la ragazza del New Jersey, eppure, come Fiona, assai meno solare di quanto si sarebbe portati a immaginare. Così il placido folk-pop dalle screziature seventies di “The Worst Hangover” svolta a sorpresa in un’angosciosa torch-song, mimando la progressiva caduta in una spirale dolorosa, disperata persino. E a completare il quadro di questo inatteso apparentamento pensa la piccola follia gospel intitolata “Sin Song”, che ricorda da vicino la polifonia tutta intarsi apparecchiata dalle sorelle Maggart in “Hot Knife”, vitale e cantilenante ma solo falsamente spensierata. Per il congedo è promosso invece  un passaggio più quieto, depurato dalle scorie della propria inclinazione espressionista ma pur sempre vigile, mai veramente pacificato.

La Atkins si conferma artista non certo oscura o ostica, ma comunque intensamente problematica, passionale, mai banale. E tra lievi sfumature e qualche immancabile turbolenza sentimentale, i suoi dischi continuano a somigliarle, a riflettere la sua bellezza elusiva e preziosa.

(13/02/2014)

  • Tracklist
  1. Who Killed The Moonlight
  2. It’s Only Chemistry
  3. Girl You Look Amazing
  4. Cool People
  5. We Wait Too Long
  6. Red Ropes
  7. What Do You Know
  8. Gasoline Bride
  9. The Worst Hangover
  10. Sin Song
  11. Above As Below
Nicole Atkins su OndaRock
Recensioni

NICOLE ATKINS

Italian Ice

(2020 - Single Lock)
Viaggi nella memoria nel disco soul dell'autrice di “Neptune City”

NICOLE ATKINS

Goodnight Rhonda Lee

(2017 - Single Lock)
Deciso ritorno al modernariato soul per la cantautrice del New Jersey

NICOLE ATKINS

Mondo Amore

(2011 - Razor & Tie)
La conferma di un intelligente e genuino talento melodico nel terzo disco della misconosciuta cantautrice ..

Nicole Atkins on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.