Di quale materia sono fatti i sogni?
Una domanda che nell’era in cui il virtuale sovrasta la realtà è ancor più difficile da affrontare a viso aperto; quante banalità sono state scritte, quante ancora ne abbiamo pronte per demonizzare internet e le sue filiazioni, ma volgere lo sguardo oltre è compito degli artisti.
Cinque ragazzi scozzesi hanno varcato i confini del conformismo, mettendo insieme storie che nascono dall’incontro di anime vaganti nell’etere: la condivisione diviene materia di confronto, di speranza, per una generazione, che affronta il futuro tenendosi in contatto con un mondo che non sempre puoi osservare sporgendoti dalla finestra.
“The Shouting Cave” è un album fatto della stessa materia dei sogni, ma sono frutto di nuove percezioni, quelle che non appartengono al passato dei 70 e degli 80, il post-rock e la malinconia
lo-fi sono il canovaccio sonoro che i Turning Plates mettono in atto per musicare le illusioni e le speranze contemporanee, alla maniera di
Radiohead, S
igur Ros,
Sufjan Stevens e
Mogwai, piuttosto che inseguendo le alzate di scudi degli
U2 o le acidità traumaticamente tangibili dei
Nirvana.
Tutto è apparentemente tranquillo in “Shouting Cave”, ma è solo per poter ascoltare meglio le esortazioni e i racconti delle undici tracce, che scorrono come un film-documento, mettendo a nudo una novella poesia ancora in cerca di un’identità.
I Turning Plates sono cinque musicisti con studi classici alle spalle: trombone, violino e clarinetto si fondono con i rituali strumenti del rock (basso, batteria, chitarra e tastiere) per un magma sonoro ricco di atmosfera e fascino. Le canzoni fluiscono una nell’altra senza perdere identità e personalità, la musica si snoda come un foto-
frame, pronta ad accogliere le
nuance neoclassiche del violino in “Wild Roots” o il cristallino timbro delle campane di “A Hymn To Our Quickening”, che mette fuori gioco il cupo suono di un clarinetto in uno stravagante duello timbrico che finisce in dolcezza; come il tripudio di
soundscape e romanticismo di “Falling Lives”, che scivola in atmosfere notturne e malinconiche.
Il suono del trombone che introduce “Avatar” è la moderna epica, un crescendo sonoro che è più emotivo e meno trionfalistico, dove la verità si sposa con la finzione, mentre le trasgressioni pianistiche di “Havoc” (qualcuno penserà ai danesi
Mew), svelano stati d’animo crepuscolari.
Il tono diventa leggermente incandescente in “Animals”, le progressioni post-rock si fanno più irruente con violino e chitarre sempre sognanti e laceranti, il brano offre anche uno dei testi più intensi e poetici e la musica si fa più ambiziosa.
Anche quando la semplicità lirica sembra prendere il sopravvento, come ad esempio nella intensa e vibrante “Rare Air”, è difficile non notare la ricca forza armonica della scrittura, sottolineata ancora una volta con intrecci di violino, piano e batteria.
Pornografia (
la ragazza piange dolcemente, scuotendo la testa verso i piedi, ma la sua mente è come vuota e ora abbiamo uno show…“Falling Lives”), provocazioni e inganni (
una fanciulla dell’etere, tenera come la sua età, s’innamorò di un ragazzo falso… “Havoc”), sogni e speranze (
portami nel covo della medusa, portami dove hai trovato il tuo talento, portami dove posso respirare l'aria, portami dove giovani amanti hanno il coraggio di osare… “Animals”), ovvero tutto ciò che puoi trovare navigando nello spazio virtuale, ma infine prevale la forza di crederci e di vedere un orizzonte (
le nostre speranze distillate, un eau de toilette che riempie il vuoto, un mare dove far galleggiare i nostri sogni…“The Human Isle”).
Questi sono i sogni di una generazione troppo spesso liquidata come superficiale e priva di emozioni, i Turning Plates ne hanno definito la poetica, ed è un delitto ignorare un album come “The Shouting Cave”, anche il sottoscritto aveva tralasciato questa meraviglia all’epoca della sua uscita, ma meglio tardi che mai.