Jess Glynne

I Cry When I Laugh

2015 (Atlantic) | dance-pop, urban-pop

A meno di non avere perfetta coscienza della propria megalomania, e di sfruttarla quindi a proprio vantaggio, l'optare per la tattica “tutto e subito” è un'arma che finisce col ritorcersi contro chi la impugna. È vero che si vive in tempi frenetici, che si è a tal punto sommersi dall'informazione che uno fa presto a ripiombare nell'anonimato dal quale proveniva, se non sa cavalcare l'onda; da qui però a giustificare ogni scelta con questa continua smania di novità ve ne corre, occorre che chi di dovere abbia anche il coraggio di opporre un minimo di resistenza al flusso e imporsi, anche soltanto provvisoriamente, sulla corrente che tutto trascina con sé. Perché quest'introduzione? Perché c'è chi suddetta deriva aveva tutte le potenzialità per contrastarla, per giunta senza troppa fatica, ma ha preferito invece assecondarla, gettando alle ortiche talento e aspettative come niente fosse. Jess Glynne risponde perfettamente all'identikit qui stilato.
La sua voce, volenti o nolenti, abbiamo imparato a conoscerla nel corso di queste ultime due stagioni: grana spessa e robusta, accenti nerissimi dal palese taglio soul, che si muovesse in piena autonomia o che graziasse composizioni altrui, la rossissima cantautrice di Muslew Hill si è ritagliata uno spazio di prim'ordine nell'attuale fermento house inglese, assurgendo a icona di una scena che non accenna cedimenti di consenso. Con un chiacchiericcio attorno al suo nome in crescente aumento, e piazzamenti nella single-chart britannica che lasciano ben poco all'immaginazione (cinque singoli in prima posizione, risultato finora raggiunto dalla sola Cheryl Cole, e non in così poco tempo), il momento era quello ideale per l'uscita di un full-length. Al di là del successo annunciato, non è però oro tutto quel che luccica....

In un'escalation di tracce che ha visto la Glynne alzare i bpm e spostarsi dal raffinato ibrido house/classica di “Rather Be” dei Clean Bandit (sua la voce che ha impreziosito il brano spacca-classifiche, presente nell'edizione deluxe dell'album assieme ai pezzi con Tinie Tempah e Route 94) verso territori dance sempre più spinti e “purificati”, la speranza di poter finalmente godere di un progetto ballabile dall'inizio alla fine, ma che non sacrificasse nella benché minima misura l'aspetto prettamente melodico della composizione, sembrava davvero a portata di mano. Si pensi ciò che si vuole, ma i quattro singoli solisti pubblicati prima dell'uscita di “I Cry When I Laugh” hanno adempiuto con perfezione clinica al compito, ciascuno con il suo flavor personale, ma tutti facenti leva su ritornelli memorabili e grintosi pattern ritmici, strutturati di tutto punto quanto a comunicazione pop.
“Right Here”, con la produzione dei Gorgon City a incastonare sparute linee garage e accigliati interventi di sax sul tracciato soulful di base, al netto di un'apparente arrendevolezza in fase di scrittura, svela invece un mordente interpretativo e una solidità d'impianto che nella sua obliquità mostra tutto il proprio carattere. La smash-hit “Hold My Hand”, tutta tastiere piano-house e solarità diffusa, se non centra il refrain più accattivante della stagione poco ci manca, aiutata anche da un'interpretazione slanciata che di suo rende l'ascolto ancor più avvincente; di suo “Don't Be So Hard On Yourself” segue un analogo canovaccio, anche se la poderosa parata di archi avvicina il brano più alle esperienze power-dance dei colleghi svedesi che al convulso ribollire di madrepatria. Infine “Real Love”, la seconda arrembata in compagnia dei Clean Bandit, pur vibrando della sinuosa eleganza marchio di fabbrica dei secondi, scopre una vena epica che la band non aveva mai esplicitato in una simile maniera, con il beat a elevare il canto della Glynne più di quanto lei stessa già non faccia.

E questa, in un modo o nell'altro, è già storia passata. A guardare però agli inediti la situazione è davvero sconfortante: d'accordo, il disco parla della fine di una relazione con una donna durata più di due anni, e quindi la tendenza a momenti più riflessivi, per non dire drammatici, è lecita. Aggiungiamoci poi che la Nostra non si identifica come artista propriamente dance, e il gioco è fatto: d'altronde le inflessioni black del suo timbro lasciavano presagire un avvicinamento ad ambiti diversi da quello con cui ha conseguito la notorietà. Ed è qui che casca l'asino: privandosi totalmente dell'energia dance degli estratti, Jess punta con forza sull'approfondimento delle proprie radici musicali, in un caleidoscopico ventaglio d'influenze che contempla Amy Winehouse, Frank Ocean, le Destiny's Child, Lauryn Hill, e tanto rap, del passato come del presente.
Bene o male, l'intero portfolio di ispirazioni viene sfruttato in piena scioltezza dall'autrice, che di suo comprende bene la vastità di un simile background artistico: è l'applicazione che ne viene fatta a risultare però fin troppo basilare, spesso ai limiti del sempliciotto, in una penna che tanto più prova a cercare pathos, tanto meno ne sembra provvista. Due ballad come “Why Me” e “Saddest Vanilla” (quest'ultima in compagnia di una rediviva Emeli Sandé) scelgono la strada del cuore aperto, della confessione empatica, ma l'aspetto musicale finisce talmente schiacciato da tanta onestà lirica che sconta tutta la sua prevedibilità, lasciando il fianco scoperto a banalizzanti moine british-soul nel secondo e dubbiose aperture a ormai vetuste scansioni dubstep nel primo caso. Anche quando si mettono in risalto maggiori attinenze con l'attualità non è che la situazione cambi poi molto: a presentarlo in chiave più pura (“It Ain't Right”), come anche a mimetizzarlo dietro pronunciati beat house (“No Rights No Wrongs”), il funk qui proposto non ha dalla sua particolari cartucce per competere in un panorama asfittico, al punto da apparire paradossalmente spento, privo di fiato, arrancante nonostante l'accentuato dinamismo ritmico.

Insomma, quanto riscontrato in “I Cry When I Laugh” rispecchia alla perfezione quel che si disse mesi addietro in merito alle brutte scelte tattiche di un'altra rossa della dance-music contemporanea. Analogamente a Kiesza, si percepisce infatti l'urgenza di non limitarsi, di scavalcare confini, di dimostrarsi all'altezza di scene e contesti a cui non si verrebbe associati, almeno in un primo momento: essere ambiziosi non è un peccato, ma se è la fretta a spingere verso decisioni non ben ponderate, allora può costituire un impiccio non di secondo conto. Al che gli interrogativi sorgono copiosi: non era forse meglio puntare su una maggiore unitarietà, piuttosto che accorpare in un solo disco così tante anime mal conciliate tra loro? Non era forse il caso di approfondire in un secondo momento, e con più attenta focalizzazione, le proprie radici artistiche, scommettendo dapprima su quanto ha favorito la propria scalata alla notorietà? Domande retoriche, ce ne rendiamo conto, dacché una risposta non sarà loro data, e perché il successo copre le voci avverse: la delusione a questo giro però è davvero forte, dacché le premesse le antenne le avevano fatte drizzare eccome. Peccato Jess, ci avevamo sperato davvero: date le tue affermazioni, la speranza in un sophomore più consistente a questo punto si fanno fin troppo sottili.

(03/09/2015)

  • Tracklist
  1. Strawberry Fields
  2. Gave Me Something
  3. Hold My Hand
  4. Real Love (ft. Clean Bandit)
  5. Ain't Got Far To Go
  6. Take Me Home
  7. Don't Be So Hard On Yourself
  8. You Can Find Me
  9. Why Me
  10. Love Me
  11. It Ain't Right
  12. No Rights No Wrongs
  13. Saddest Vanilla (ft. Emeli Sandé)
  14. Right Here
  15. Home (deluxe edition)
  16. Bad Blood (deluxe edition)
  17. My Love (acoustic) (deluxe edition)
  18. Not Letting Go (Tinie Tempah ft. Jess Glynne) (deluxe edition)
  19. Rather Be (Clean Bandit ft. Jess Glynne) (deluxe edition)
  20. My Love (Route 94 ft. Jess Glynne) (deluxe edition)




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