Scuba

Claustrophobia

2015 (Hotflush) | tech-house

Due avvertimenti, prima di avvicinarsi a questo nuovo lavoro firmato Paul Rose. Numero uno, attuale già dal melodismo di “Personality” ma ancor più alla luce di “Claustrophobia”: chi continua a piangere sul cadavere ormai esanime di “Triangulation” e sogna ancora un futuro ritorno all'alchimia tra martello e drop-bass bussi altrove (magari a casa Downliners Sekt se piacciono i trip, dalle parti di Shed per chi predilige il martello morbido, verso Untold se piace la frenesia). Scuba oggi è solo e unicamente il profeta della tech-house: il secondo avvertimento è che quelli per i quali tech-house significa plastica da localini pettinati qua troveranno solo qualche briciola.

Partiamo ora alla volta di “Claustrophobia”, senza lasciarci sfuggire un dettaglio importante dell'ultima frase: qualche briciola di stereotipo da club facile qui c'è. Siamo di fronte al disco della maturità di Scuba, laddove per maturità si intende sia consapevolezza dei propri mezzi che presa di coscienza delle proprie potenzialità, artistiche ma anche commerciali. Scuba oggi fa pienoni a Londra (che gli diede i natali) come a Berlino (che da anni lo ha adottato), attrae nostalgici dello sperimentalismo che fu, amanti del clubbing di classe e forsennati agitatori del dancefloor quasi con la medesima forza magnetica. Qui ne è pienamente consapevole, e si sente.

Si sente, tanto per dirne una che arriva subito, nel melodismo zuccherino di “Why You Feel So Low”: groove aggraziato quanto basta, melodia di classe ma immediata e a presa rapida, atmosfera buona sia per chi fermo proprio non sa stare sia per chi l'elettronica l'ascolta sul divano. Un pezzo da perfezione chirurgica, che è il manifesto nel bene e nel male dell'intero lavoro: studiato, calcolato al millimetro, volto ad accontentare tutti, privo di rischi, eppure così dannatamente efficace. Seppur non estraneo a un paio di cadute di stile: la ridondante “Black On Black”, apoteosi della plastica in 4/4 buona per amanti dell'MDMA, e “Television”, davvero troppo pilotata per poter essere credibile.

Massimalismo è la parola chiave per intendere l'intero viaggio, ambientato in una notte d'estate e non privo di qualche sorpresa. Se l'ouverture a saliscendi di “Levitation” è l'intro che t'aspetti, che stuzzica volutamente senza colpire, “PCP” spalanca la grancassa senza pretese ulteriori di far muovere. E nella sua semplicità, nel suo essere techno decisamente disimpegnata, ci riesce a puntino. Ma è la cascata liquida e retrò di “Drift” la prima rivelazione di uno Scuba propenso al pop e alla melodia, confermata nella marcia alla Trentemøller di “Needle Phobia” e consacrata definitivamente dal carillon dream-trip di “All I Think About Is Death”.

Il finale, tra navicella spaziale e spruzzi d'acqua fresca di “Transience”, reprise neanche troppo velata di “Why You Feel So Bad”, porta a compimento il tutto, ribadendo quale sia il clima del disco. Questo è Scuba oggi: uno che sa spiegare la techno alle masse come solo Kalkbrenner, che scende a compromessi con l'house e il pop senza perdere un'identità ben ferma. Uno che pesa ogni suono e ogni loop rinunciando alla spontaneità e (almeno in parte) all'integrità, con l'obiettivo di ampliare il più possibile il bacino d'efficacia della sua musica. E si può dire tutto meno che non sia fra i più abili e talentuosi nel fare questo.

(10/04/2015)

  • Tracklist
  1. Levitation
  2. Why You Feel So Low
  3. Television
  4. Drift
  5. PCP
  6. All I Think About Is Death
  7. Needle Phobia
  8. Family Entertainment
  9. Black On Black
  10. Transience
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