SkyDive Trio

Sun Moee

2015 (Hubro) | jazz-folk, ambient

Da quando il seminale catalogo Ecm (nelle persone, più di tutti, di Jan Garbarek e Terje Rypdal) ha portato al massimo grado le potenzialità descrittive e squisitamente atmosferiche del jazz (pur essendone, di fatto, già oltre), in tanti nel Nord Europa hanno cercato di dare un nuovo volto all'idea stessa del genere. Lo SkyDive Trio non è insomma il primo act a tentare di imbarcarsi in un'avventura che dal jazz nasce, ma evolve in realtà verso una sorta di ipotesi ambient-folk dove la melodia e la delicatezza sono issati a caratteristiche centrali. Sono però fra coloro che negli ultimi anni, almeno in questo atto primo della loro esperienza, hanno saputo farlo meglio.

Stupisce non trovare fra i nomi coinvolti nessun veterano, bensì tre “ex-giovani” di cui un finlandese, il batterista Olavi Louhivouri (attivissimo come strumentista in varie combo), a far da spartiacque tra i due norvegesi Thomas Dahl (ex-Krøyt, Dingobats e Skomsork) e Mats Eilertsen (uno dei prodigi della scuola di Trondheim), leader del trio che prende il nome proprio da un suo disco solista del 2011. Procedendo per sottrazione, i tre elaborano una miscela che oltrepassa senza timori ogni necessità stilistica, facendo rimanere in primo piano solo gli elementi essenziali: i rintocchi lievi della batteria, l'ossatura corposa del basso e il “canto” melodico della chitarra.

Come ogni operazione che si muova in direzione della semplicità, la scrittura assume qui un ruolo centrale e imprescindibile, finendo per fare la differenza nella riuscita di ogni singolo pezzo. In tal senso, l'uno-due iniziale rappresenta un vertice assoluto non eguagliato all'interno del disco stesso: “Bravo” introduce all'insegna di una dolcezza pastorale, davvero a un passo dal folk, con la chitarra trasformata in strumento da ricamo e la batteria immersa in una dimensione di ipnosi quasi paradisiaca. L'incantesimo si ripete su “Talbot”, con il basso che si rafforza e i colori che si accendono come in un passaggio tra prima mattina e metà giornata.

Se “Sun Moee” non è un capolavoro ma “solo” un ottimo disco, la colpa va attribuita esclusivamente alla difficoltà della strada scelta dai tre. “Slow Turn”, “Sour Times” e la title track sono episodi di indubbia classe, a cui però manca la melodia cruciale, l'intuizione-chiave per colpire nel segno. Le prime due si rifugiano nelle comodità di un tradizionalismo tipicamente europeo, la terza cerca di spiazzare fra silenzi e impennate improvvise ma risulta a conti fatti fin troppo prevedibile. Al punto tale da vedersi superata da un passaggio di autentico pop strumentale come “Signs”, chiaroscuro crepuscolare costruito su uno spunto immediato e semplice quanto irresistibile.

In conclusione, i tre piazzano forse i due pezzi più ambiziosi del lotto: da un lato la meditazione serale e dimessa di “Becks Back”, toccante acquarello che porta rapidamente alla commozione. Dall'altro il tema libero di “Four Words”, unico passaggio autenticamente free, quasi una liberazione. La degna chiusura, spontanea e muscolare, di un disco che centra il bersaglio elevando a potenza la poetica (complessa da ottenere, ben più di quanto si pensi) della semplicità.

(04/05/2015)

  • Tracklist
  1. Bravo
  2. Talbot
  3. Slow Turn
  4. Sour Times
  5. Signs
  6. Sun Moee
  7. Becks Back
  8. Four Worlds


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