Hikaru Utada

Fant˘me

2016 (Virgin) | j-pop, art-pop

Le lunghe pause, nel sempre più frenetico mondo della musica, sono un'arma a doppio taglio, ordigni capaci di distruggere per sempre carriere anche di grande peso, destinate a non ottenere più il seguito e la visibilità del passato. Ben pochi i nomi che sono riusciti a passare indenni dopo una simile scelta, ancora meno quelli che provengono da un paese come il Giappone, nel quale ogni cosa si muove a velocità triplicata, e in cui i nomi anche soltanto attempati fanno presto a essere sepolti nell'oblio. Vero è che una come Hikaru Utada, con l'importanza che ha avuto nell'introdurre e consolidare nuovi linguaggi e possibilità in quel maxi-calderone chiamato j-pop, e con una legacy fatta di vendite stratosferiche e brani entrati nel firmamento della musica giapponese, era davvero impossibilitata a cadere nel dimenticatoio, anche se ci si fosse messa d'impegno. Non che nei sette anni di distanza da “This Is The One” (mediocre tentativo r&b di rilanciare la propria carriera negli Stati Uniti), la figura di Utada sia proprio sparita nel nulla: tra un best-of corredato di un buon numero di inediti e un chiacchieratissimo matrimonio con un barman pugliese, c'è stato di che compensare la mancanza di nuovi album, di che alimentare il dibattito attorno a una (straordinaria) anomalia della musica del Sol Levante. Tuttavia, in pochi avrebbero scommesso con assoluta certezza sull'imponente successo di “Fantôme”, e del risalto che il ritorno discografico di Hikki (come viene simpaticamente definita dai fan) ha avuto in giro per il mondo.

Un impatto a dir poco impressionante, costellato da piazzamenti inaspettati ai vertici delle classifiche di mezzo mondo (Finlandia, Stati Uniti e Francia in pole position), e da un mercato nazionale che ha premiato il ritorno di Utada incoronandolo a terzo album più venduto dell'anno: l'attesa spasmodica di materiale nuovo da parte dei tanti estimatori in giro per il globo è stata ripagata da alcuni dei piazzamenti più alti mai visti per un disco giapponese, interpretato tra l'altro quasi integralmente in lingua madre e lontanissimo da ogni forma di attualità stilistica. L'exploit si rivela meritorio ben oltre le contingenze personali che hanno accompagnato la pubblicazione: dopo una doppietta di dischi appannati (“Heart Station” del 2008, il fac-simile in minore del capolavoro “Ultra Blue”, il già citato “This Is The One”), “Fantôme” si profila come il migliore album per la musicista da un decennio buono a questa parte, quello più pulito dal punto di vista della scrittura e quello che spinge le coordinate sonore di Utada verso nuove possibilità. Non più l'r&b, dismesso in larga misura il dream-pop elettronico che aveva caratterizzato i due ultimi album giapponesi, a dominare la palette del nuovo disco è una ricca alchimia espressiva in cui confluiscono aromi jazz, leggere dinamiche funk, torch-song più classiche e anche qualche piccola concessione sperimentale, nonostante il focus vada comunque a premiare l'assoluta fruibilità e immediatezza melodica dei brani.

In effetti, che si tratti di più canoniche e misurate ballate per pianoforte e archi, novità pressoché assoluta per Utada (“Hanataba Wo Kimi Ni”, “Sakura Nagashi”, imperniata su un drumming tutto sommato interessante), oppure di situazioni in cui emerge tutta la grinta dance dell'artista (il bizzarro motivo d'apertura “Michi”, battito pseudo-reggaeton a giocare con tastiere r&b e rigogliose aperture di harpsichord sul ritornello), massima attenzione viene data alla scrittura e al modo con cui essa si interfaccia con tutte le possibili scelte di sound, atte a comporre a questo giro il più variegato carnet stilistico di Utada. Non mancano così inattesi quadretti pop-jazz, conditi di vitali aperture francofone (“Ore No Kanojo”, arioso midtempo impuntato dalle sottili nuance queer del testo) o da momenti di maggiore dinamismo strumentale e variabilità nei moduli (“Nijikan Dake No Vacance”, che reca con sé i tratti crossover propri della musica di Ringo Shiina, qui presente anche come cantante), episodi di maggiore distensione, in una sorta di riadattamento anni Zero dell'exotica (la scintillante e piaciona “Tomodachi”, ricca di sfumati accenni caraibici), nuove concessioni al proprio lato più sperimentale, quello in cui effettivamente l'artista continua a dare il meglio di sé.

Più che nei lenti, di classe ma alquanto di maniera nella loro gestione, sono brani come “Boukyaku” a dare prova di quanto la musicista giapponese sappia ancora mettersi in discussione, lanciare nuove suggestioni a se stessa e anche a un'industria ormai da anni in pieno stallo (con le dovute e significative eccezioni). Synth ambientali dal tocco dreamy, quelli propri del gioiello “Ultra Blue”, vengono decontestualizzati in un pezzo dalla penna sparsa, dalle fattezze prossime al folk tradizionale, in cui canto maschile e femminile si alternano con compostezza quasi teatrale, parlando di abbandono e sconforto con un distacco e una delicatezza che a tratti pare quasi sconfinare nella new age. La potenza minimale del brano, probabilmente il più asciutto ed essenziale della sua carriera, apre a Utada un mondo di soluzioni e vie espressive che aspettano solo di essere esplicitate in futuro.
Per il momento, “Fantôme” è il ritorno che ci si poteva (e doveva, in certa misura) aspettare da una rimasta fuori dai giochi per così tanto tempo. In un macrocosmo musicale a tratti un po' prevedibile, ma nei suoi momenti migliori davvero convincente, l'arte di Hikki è tornata a emozionare e a giocare con i costrutti del j-pop come non accadeva da moltissimo tempo.

(30/01/2017)

  • Tracklist
  1. Michi
  2. Ore No Kanojo
  3. Hanataba Wo Kimi Ni
  4. Nijikan Dake No Vacance (ft. Ringo Shiina)
  5. Ningyo
  6. Tomodachi (ft. Nariaki Obukuro)
  7. Manatsu No Toriame
  8. Koya No Ookami
  9. Boukyaku (ft. KOHH)
  10. Jinsei Saikou No Hi
  11. Sakura Nagashi


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