Junior Boys

Big Black Coat

2016 (City Slang) | synth-pop, electro

La classe non è acqua, e i canadesi Junior Boys sono sempre stati una bevanda molto speciale. Lo sono da quando hanno cominciato a sfornare musica, fin dal meraviglioso esordio datato (oramai) 2004. Un cocktail raffinato di sintetiche pulsazioni in perfetto stile eighties, mescolate con eleganza sopraffina alla popular music più stilosa, delinea un marchio di fabbrica consolidato nel tempo attraverso un trasformismo produttivo privo di sbavature e puntualmente organizzato. Quattro dischi sfornati in sette anni hanno evidenziato, seppur per motivi talvolta diversissimi, quanto un determinato tipo di approccio votato al ripescaggio di formule “passate” sia ancora capace di scaldare i cuori dei nostalgici del synth-pop, e contemporaneamente attirare a sé nuove generazioni, sempre più sedotte dai modelli elettropop richiamanti in toto sound ed estetica propri dell’intramontabile decade degli eccessi e delle paillettes a tutto spiano.

Trascorsi ben cinque anni dall’ultima apparizione (la pausa più lunga da quando sono in circolazione), il sofisticato ma poco convincente ”It’s All True”, la premiata ditta Greenspan-Didemus torna a palesarsi al mondo della "dancefloor" meno dinamitarda e più chic, con un disco che tenta di ripararsi dalle sofferenze della vita e della mera quotidianità fin dal titolo: “Big Black Coat”. Un enorme cappotto nero, dunque. Un'oscura coperta con la quale i due produttori canadesi tentano di trovare rifugio dai dolori e dai tormenti, come dichiarato dallo stesso Greenspan.
L’irresistibile e insolito frullato di New Order, Depeche Mode e Air, che tanto aveva elevato i Junior Boys a nuovi paladini del synth-pop internazionale, è in gran parte ancora intatto, e delinea i bordi di un album curatissimo in ogni sfaccettatura. Al contempo, i recenti sodalizi con produttori del calibro di Dan Snaith, aka Caribou, ma soprattutto con l’amica Jessy Lanza, di fatto lanciata dal buon Didemus, sono serviti ad ampliare il raggio d’azione (si prenda ad esempio l’oscillazione formato Hyperdub di “And Its Forever”).

Tuttavia, ai due stavolta sembra mancare la messa a fuoco definitiva e l’armonica articolazione in appoggio al battito caldo e penetrante del passato. “A Big Black Coat” è, quindi, un album che stenta a decollare, un lavoro magnificamente giostrato sotto il piano meramente produttivo, ma privo di passione, spesso incapace di abbagliare e sedurre. In tal senso, servono a ben poco gli svolazzi al synth dell’introduttiva “You Say That", il beat retroattivo alla Air 89 della successiva "Over It". Mentre la spinta soave e ponderata di "C'Mon Baby" traccheggia non poco in una sorta di reminiscenza sintetica tanto effimera, quanto ridondante nella sua sterile e malinconica progressione.

Il giochino dei rimandi assume connotati eccessivamente stucchevoli nel tastierone asettico e fumosamente cosmico di "No One's Business", nel trambusto elettronico in opaca scia eurodance della title track, trovando un assetto più gradevole solo nell’electro-pop asimmetrico e cibernetico di "And It's Forever". 
Tirando le somme, “Big Black Coat” è un disco che rispolvera mediocremente il meraviglioso e fascinoso mood sintetico del duo canadese. La speranza è che in futuro resti l'unico mezzo passo falso su cui magari chiudere un occhio.

(07/03/2016)

  • Tracklist
  1. You Said That    
  2. Over It  
  3. C'mon Baby       
  4. Baby Give Up On It         
  5. M & P   
  6. No One's Business          
  7. What You Won't Do For Love     
  8. And it's Forever               
  9. Baby Don't Hurt Me       
  10. Love Is a Fire     
  11. Big Black Coat
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