Passati altri progetti all'insegna dell'improvvisazione libera, quali Il Sogno Del Marinaio con
Stefano Pilia e
Mike Watt, Swifter in trio anche con
BJ Nilsen (ultimo "Wall Sailor", 2016) e Mir 8 (un unico "Perihelion", 2017), Andrea Belfi prosegue anche la sua carriera solista dando un seguito a "
Natura morta" (2014) con "Ore".
Particolarmente ambiziose, sulla carta, sono le composizioni lunghe. Tanto ficcante è il rituale tribal-cosmico che apre "Anticline", quanto poco incalzante e anche meno affascinante il misterioso
shuffle elettroacustico da sottofondo che ne fa da sviluppo. Ben dodici minuti servono a "Tone", un ritmo di
hi-hat che quasi cita la "On The Run" dei
Pink Floyd, per dare l'idea di una maratona epica d'incantatore di serpenti (sibilo e sonaglio), ma che non va molto oltre una dimostrazione tecnica di tempo vertiginoso.
Un altro riferimento ai Pink Floyd, e in particolare alla "Grand Vizier's Garden Party" di Nick Mason in "
Ummagumma", sta nell'inconcludente divagazione di "Iso", anche se di certo interpretata col fuoco e la competenza del vero improvvisatore. Uno sfocato omaggio al minimalismo storico di
LaMonte Young e
Terry Riley s'incunea invece nel freddo e didattico raga-drone rimbombante di "Lead", tutto sincopi jazz. "Syncline" si riallaccia a "Anticline", rallentandolo, semplicemente spegnendosi: nessun gran finale.
Uno dei risultati col minor tasso di carisma per l'ex-batterista hardcore veronese, nonché spettacolare motore anti-ritmico dei
Rosolina Mar. Non un granché, perché desunta dai suoi dischi precedenti e poi allungata, la scelta di usare ad oltranza tinte tenui e sgasate, oltre a toni oscillatori a basso volume, pur ben scolpiti, assorti e ripiegati su se stessi.
Un'opera da mastro - una batteria spadroneggiante (costruitagli dal finnico Hannu Saari) - con poca musica. Anticipato dall'altrettanto bigio "Alveare" (2017), solo vinile.