Ummagumma

Pink Floyd

Ummagumma

1969 (Harvest)
psychedelic-rock

“Andate, scrivete dieci minuti di musica e poi ne riparliamo in studio”. Più o meno sono queste le parole che un Waters sempre più sicuro di sé e della band dovette dire ai propri compagni d’avventura, alla vigilia di uno dei loro anni artisticamente più intensi. Provate a immaginare per un attimo le facce di Wright, notoriamente pigro, per quanto abile compositore, o di Gilmour, arrivato da poco e non ancora avvezzo alla scrittura di brani in completa autonomia. Mason, di contro, dovette pensare “questa è la mia occasione”, visto che nella discografia dei Pink Floyd, per contare i brani esclusivamente a sua firma basterebbero non tutte le dita di una mano. Come può nascere un disco da sentimenti così contrastanti e come può questo disco assurgere a capolavoro e punto fermo di una così lunga e onorata carriera?

L’esperimento necessita di oltre sei mesi di gestazione e tuttavia non impedisce ai quattro di impegnarsi in altrettanto importanti progetti: è la prima metà del 1969, “A Saucerful of Secrets”, il loro secondo lavoro, è uscito da qualche mese, riscontrando un più che discreto successo. Con buona pace dei detrattori, che vedevano i Pink Floyd allo sbando e senza un futuro, in seguito alla forzata defezione di Syd Barrett. In questo periodo i quattro, reduci da una tournée in giro per l’Inghilterra in cui saranno proposte per la prima volta due suite inedite, “The Man” e “The Journey”, e che influenzerà notevolmente il progetto intrapreso, si dedicano alla veloce quanto fortunata registrazione di “More”, colonna sonora dell’omonimo film, opera prima del regista e attore Barbet Schroeder, ingiustamente sottovalutata all’interno della discografia della band.

Durante il tour prende forma l’idea di immortalare, registrandoli, alcuni cavalli di battaglia dell’ancora giovane repertorio: la barrettiana “Astronomy Domine”, “Careful With That Axe, Eugene”, “Set the Controls For The Heart Of The Sun” e “A Saucerful Of Secrets”. “Abbiamo deciso di incidere questi brani prima di abbandonarli definitivamente, dato che dal vivo avevano subito notevoli cambiamenti”, spiegò Waters: i pezzi, come da tradizione floydiana, sono dilatati notevolmente rispetto alle versioni in studio e suonati con quell’istinto al quale la ragione spesso tarpa le ali nelle registrazioni pianificate a tavolino.

“Astronomy Domine”, se è possibile, assume un aspetto ancor più onirico e notturno della versione già apprezzata in “The Piper At The Gates Of Dawn“, con una parte centrale più lunga e rarefatta.

La seconda traccia, “Careful With That Axe, Eugene”, l’unica delle quattro a non provenire dai primi due album, parte con un giro di basso su cui si installa subito l’ipnotico organo di Wright, per poi arrivare all’esplosione dell’urlo disumano di Waters che, preparando lo spazio agli altri strumenti, si dissolve per un finale che in breve torna quieto, quasi impalpabile.

E’ poi il momento di “Set the Controls For The Heart Of The Sun”, governata dalle percussioni di Mason e dalla voce di Waters, poetica e delicata come non mai, anch’essa notevolmente “stirata” nella parte centrale.

Chiude la parte live “A Saucerful Of Secrets”: suoni inconsueti partono dalla chitarra di Gilmour e dalle tastiere di Wright, accompagnati dalla batteria di Mason, il cui incedere diventa via via sempre più forsennato. Un momento di silenzio fa da spartiacque e l’organo comincia a descrivere una melodia ordinata, con toni quasi ecclesiastici, entra in scena il basso e prende vita un crescendo che culmina con il canto di Gilmour in un finale da brividi.

Si archivia così la prima parte di “Ummagumma” (espressione in slang per definire l’atto sessuale) e più che di un’antologia si tratta di una vera e propria rielaborazione nel nuovo stile della formazione, quasi una dichiarazione di intenti dopo un periodo travagliato e instabile.

Abbandonate le atmosfere scanzonate di un tempo, il gruppo si orienta verso un sound più sperimentale e levigato, una psichedelia che si può benissimo definire “geometrica” in contrapposizione a quella “lisergica” del periodo barrettiano.

La registrazione in studio ha inizio con la piece strumentale di Wright, “Sysyphus”, divisa in quattro movimenti, nella quale il tastierista non tradisce le sue passioni più grandi: la musica classica e l’avanguardia. L’incipit, al tempo stesso cupo e maestoso, è in un certo senso il miglior viatico per una stupenda composizione pianistica, ora d’atmosfera ora d’improvvisazione; la terza sezione prosegue decisamente verso quest’ultima direzione, con l’incursione di suoni che attingono a un misterioso mondo animale. La suite, impostata ciclicamente, si conclude con la ripresa del tema iniziale.

La parte centrale del disco è riservata a Waters e Gilmour, anime creative del gruppo, che fanno il loro ingresso, per la prima volta, nella sala d’incisione degli studi Emi di Abbey Road, con la supervisione (solo per onor di firma, a quanto pare) del produttore Norman Smith.

Il bassista compone due brani tra loro diversissimi come l’acustica “Grantchester Meadows”, ballata ricca di poesia sia nelle liriche (infarcite di allitterazioni e altri ricercati effetti semantici) sia nell’atmosfera, e il rumoristico “Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving With A Pict”, con versi animali, effetti derivanti da sovraincisioni e registrazioni a ritroso, e la voce dello stesso Waters impiegata come strumento onomatopeico.

Seppur riconducibili ad album precedenti (“More” e “The Piper At The Gates of Dawn” nella fattispecie), i due pezzi brillano di luce propria, con un sound decisamente più maturo e levigato rispetto ai lavori di esordio.

Non senza difficoltà Gilmour riuscì a partorire la sua “The Narrow Way”, notevole prova di bravura alle chitarre. Ricorda il chitarrista:”Ero veramente disperato, non avendo scritto mai nulla prima di allora. Telefonai persino a Roger perché mi aiutasse a scrivere il testo, ma lui rispose: ‘Fallo da solo!’”. Il pezzo, diviso in tre sezioni, comincia con un’intro di chitarra acustica, mentre la seconda parte è caratterizzata da una linea di basso ben precisa, su cui si inseriscono le improvvisazioni di chitarra elettrica e tastiere. Nella terza si fa un brusco ritorno alla classica forma canzone, con un testo poco espressivo (assente non a caso dal booklet della versione remaster), ma con la voce di Gilmour e il resto degli strumenti in gran forma. Questa fortunata “opera prima” consegna ai Pink Floyd dell’inizio degli anni Settanta un altro prezioso compositore: Gilmour fornirà di lì a poco una splendida replica nel successivo disco con l’onirica “Fat Old Sun”, per molti anni acclamato successo nei concerti.

Chiude l’album l’inconsueta composizione di Mason, “The Grand Vizier’s Garden Party”, imperniata, neanche a dirlo, sulle percussioni. Un delicato flauto invita all’entrata non lasciando presagire nulla di quanto troveremo nel giardino del Gran Visir: l’intrattenimento va avanti a colpi di tom, mentre bizzarri suoni di provenienza ignota sorprendono di tanto in tanto; sembrerebbe un brano post-rock con trent’anni di anticipo sulla tabella di marcia. Lo stesso flauto dell’entrata accompagna dolcemente all’uscita e alla chiusura del disco.

Al momento della pubblicazione, “Ummagumma” fu accolto immediatamente da reazioni molto positive da parte della critica musicale (molti lo ritengono ancora oggi l’apice creativo dei quattro), mentre distaccata fu la reazione del pubblico, con risultati poco incoraggianti nei negozi (il disco non superò la quinta posizione in Inghilterra e addirittura la settantesima in quegli Stati Uniti ancora lontani dall’essere conquistati), nonostante la copertina, come sempre azzeccata da Storm Thorgerson e dallo studio Hipgnosis.

Tuttora sono gli stessi musicisti, piuttosto reticenti a rilasciare dichiarazioni autocompiacenti sul disco, a prenderne le distanze, convinti che di più (!) si sarebbe potuto fare con un lavoro in comune, mescolando i vari, ispirati contributi.

“Ummagumma” rappresenta comunque la vera svolta dei Pink Floyd del dopo Barrett e una pietra miliare di tutta la musica d’avanguardia: avvezzi per antonomasia alla sperimentazione e, con questo lavoro, sempre più padroni della fase tecnica riguardante produzione e mixaggio, i quattro saranno acclamati in tutto il mondo nel giro di pochi anni, con suoni più accessibili e tuttavia sempre unici. Ma questa è decisamente un’altra storia…

05/11/2006

Tracklist

  1. Disc 1
  2. 1. Astronomy Domine
  3. 2. Careful With That Axe, Eugene [Instrumental]
  4. 3. Set the Controls for the Heart of the Sun
  5. 4. Saucerful of Secrets
  6. Disc 2
  7. 1. Sysyphus, Pt. 1
  8. 2. Sysyphus, Pt. 2
  9. 3. Sysyphus, Pt. 3
  10. 4. Sysyphus, Pt. 4
  11. 5. Grantchester Meadows
  12. 6. Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and
  13. 7. Narrow Way, Pt. 1
  14. 8. Narrow Way, Pt. 2
  15. 9. Narrow Way, Pt. 3
  16. 10. Grand Vizier's Garden Party: Enterance, Pt. 1
  17. 11. Grand Vizier's Garden Party: Entertainment, Pt. 2
  18. 12. Grand Vizier's Garden Party: Exit, Pt. 3
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