Ormai con cadenza discografica precisamente triennale, i tre marchigiani Dadamatto, sempre e comunque in bilico tra power-trio e cantautorato melodico, tornano ora con “Canneto”.
E’ grosso modo il veicolo per il brano eponimo e la superiore “Impero” (con coda spaziale che, purtroppo, s’interrompe anziché avviare la jam ultraterrena che promette), lente cantate corali d’effetto, vaudeville reboanti rimpinzati di effetti sibilanti in un stile fantascienza demodé. “Vulcano”, hit dal ritornello facile che cerca di sincronizzare i Byrds con l’epoca dei Tame Impala, chiarisce gli intenti ma non trova nuovi sviluppi.
Dopo un lavoro triste e più o meno sperimentale (“Anema e core”, 2011) e uno gaio e pop (“Rococò”, 2014), un dischetto improntato a una psichedelica, quasi liturgica neutralità (una confusa “Zanzare” quasi solo elettronica), fondato su armonie vocali ormai impeccabili e un (trattenuto) virtuosismo da purosangue, che incespica anche sulla genericità del revival sunshine anni 60. La cortissima durata (Ep allungato? album scorciato?), non concisione ma sentiero preso e subito abbandonato, è uno sciupo. Geniale ma dissennato e fuori contesto lo scherzetto di commiato, “La furia, il gobbo e la miccia”.
18/12/2017