Se l’emo non fosse un urlo, ma una conversazione, i People Like You sarebbero la band più emo del pianeta. “American Football” sarà stato un album fondamentale, ma le band che si ispirano davvero a quel disco (prima di tutto, che possono permettersi di farlo) sono pochine; questo quintetto di Boston, con la sua onnipresente voce dolente di tromba, i singulti indecisi, volitivi e impacciati delle sue dinamiche (etc. etc.) è decisamente tra queste.
Appunto per la difficoltà di ricreare le atmosfere di Kinsella e soci, non si può snobbare i People Like You di primo acchito (“Variations On Aria”, la buona “Thumbnail”), anche se l’imborghesimento sonoro dell’emo raggiunge in “Verse” la sua tappa forse definitiva (la band tiene a definirsi “indie-jazz” e non disdegna assegnare a un pianoforte la traccia portante di un brano). Ciononostante rimane una musica senza traccia di pretenziosità, anzi permane tutto lo spirito grounded del Midwest emo, musica che non teme accuse di intellettualismo né, appunto, di imborghesimento.
Tutte le tracce soffrono di una costruzione generalmente un po’ troppo improvvisata (“Hackensack Hospital”), che finisce per accentuare i cliché di genere (e.g. i quiet-loud esistenziali), con pochi, a quel punto sfasati hook melodici, presentati con una punta di timidezza con l’ennesima ritmica spezzata (“You Need A Visa”).
In generale, l’album regge eccome, del tutto godibile dal punto di vista delle sonorità e mai scadente nelle soluzioni (l’insieme di tromba, arpeggi e ritmica rimane comunque una ricetta più che soddisfacente, come in “Eulita Terrace”), anche se senza quella forte impronta di scrittura che renderebbe il disco qualcosa di più di un buon surrogato.
15/08/2017