Cabbage

Nihilistic Glamour Shots

2018 (BMG Rights Management UK Ltd) | garage-rock, indie-rock

“Nihilistic Glamour Shots” è il primo Lp dei Cabbage, ma i cinque ragazzi di Mossley – piccola cittadina nei dintorni di Manchester – hanno già fatto parlare un sacco di sé. Da una parte per il loro garage-punk primitivo e tarantolato, che la stampa ha accostato di frequente a nomi come Fat White Family, Black Lips e The Fall; dall’altra per l’attitudine sboccata e casinara della band sopra e sotto al palco. E così, un po’ per una proposta musicale sfacciata ed energica, un po’ per la passione che gli inglesi hanno per tabloid e dintorni, ecco il tour promozionale di “Nihilistic Glamour Shots” registrare sold-out e venue upgrade ben prima dell’uscita del disco.

Le copertine dei cinque Ep rilasciati dalla band tra il 2016 e il 2017 – gli ultimi dei quali sono raccolti nell’ottima antologia “Young, Dumb And Full Of…” – trasudano una lampante estetica garage non lontana da quella utilizzata da band della scena DIY americana – i vari Oh Sees, Ty Segall. Quella di “Nihilistic Glamour Shoots”, che immortala le sagome dei cinque prostrati d’innanzi a una croce capovolta, è invece oscura e carica di segni.
Ascoltando il disco, la scelta di un artwork così diverso dai precedenti non appare casuale, ma funzionale all’allargamento dello spettro di generi che i Cabbage hanno scelto di lambire. Le schegge garage, al solito venate di psichedelia marcia alla Genesis P-Orridge, sono ovviamente presenti (“Preach To The Converted”, guidata da un organetto rubato ai Sonics, e la marcia sgraziata di “Obligatory Castration”), ma la maggior parte dei brani cercano soluzioni nuove, non disdegnando una maggiore vicinanza alla melodia. Ritornelli smaccatamente melodici sono infatti la forza di potenziali classici della band, come “Arms Of Pleonexia” o il singolo “Gibraltar Ape”, che non è difficile immaginare strillati da folle sudate e adoranti.

Nel lavoro dei due chitarristi, Joe Martin e Eoghan Clifford, si riscontra una grande evoluzione. Sempre ottimi nei momenti ritmati e più tipicamente garage, è grazie alle loro nuove soluzioni che sono stati possibili pezzi come “Disinfect Us”, che parte da un incipit blues e finisce con riff che franano come montagne – “The New” degli Interpol non è un riferimento sbagliato, anche per via dei toni profondamente gothic del pezzo – o “Subhuman 2.0”, un pezzo lento e sacrale, giocato su un epico crescendo verso un finale di accecante rumore bianco. Assolutamente degna di menzione è anche “Reptile State Funeral”, uno sketch apocalittico tempestato da tastiere vintage e drumming impenitente.
Il membro della band che è però maturato di più è proprio il cantante Lee. Posto che un corso serale di bon ton gli farebbe bene, la forbice espressiva che è arrivato a coprire con la sua voce teatrale è notevole, specie se comparata a quella dei primi Ep. Si passa dai ritornelli ariosi e – quasi – limpidi di cui sopra a vocine demoniache e impazzite che inveiscono contro la società.

Molte volte, specie in Inghilterra, all’hype cresciuto intorno a una band non corrisponde poi una proposta di qualità. Non è questo il caso: i Cabbage – grazie anche alla cura ricevuta da due produttori come James Skelly e Rich Turvey (Blossoms, The Coral) presso i celebri Parr Street Studios di Liverpool – hanno confezionato una prima prova potente e convincente, che combina la furia garage degli esordi a maggiori perizia e ricchezza di particolari.

(05/04/2018)

  • Tracklist
1. Preach To The Converted
2. Arms Of Pleonexia
3. Molotov Alcopop
4. Disinfect Us
5. Postmodernist Caligula
6. Exhibit A
7. Celebration Of A Disease
8. Perdurabo
9. Gibraltar Ape
10. Obligatory Castration
11. Reptiles State Funeral
12. Subhuman 2.0


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