Black Lips

Underneath The Rainbow

2014 (Vice) | garage-rock, southern rock

Abbandonate già da diversi anni le intransigenti e imprevedibili scompostezze lo-fi degli esordi in favore di un approdo a un garage-rock più controllato e in alcuni frangenti quasi easy-listening (specialmente nell’ultimo “Arabia Mountain” targato Mark Ronson), i Black Lips certificano il loro ritorno con “Underneath The Rainbow”, settimo album in studio registrato nei Blackbird Studio di Nashville, in cui una parte della produzione viene assolta da Patrick Carney dei Black Keys e l’artwork viene affidato al dorato obbiettivo fotografico di Mick Rock.
Il nuovo disco non nasce però sotto la migliore stella: è lo stesso bassista Jared Swilley a rivelare in un’intervista che quello passato, fra lutti personali e difficoltà logistiche e organizzative, è stato un anno decisamente tribolato per la band di Atlanta.

Detto questo, è innegabile come ci sia sempre una certa aura di attesa intorno alle nuove uscite delle “labbra nere” che nell’ultimo decennio si sono guadagnate di diritto la palma di migliore garage band del mondo sulla scia di formidabili inni selvaggi di rara bellezza: “Drugs”, “Let It Grow”, “Cold Hands”, “Bad Kids”, “O Katrina”, “Navajo”, “Modern Art” sono solo alcuni dei sanguigni manifesti d’ignoranza ribelle che i Black Lips hanno finora confezionato, a metà fra il punkabilly con venature smaccatamente sixties, il glorioso skiffle americano e il jangle-pop più tirato e sporco.
Bombe a mano che trovano la loro perfetta dimensione nelle esibizioni live incendiare e oltraggiose in giro per il “mondo nuevo”, saltellando indifferentemente dalle minuscole e sudicie bettole di Tijuana e del Medio Oriente ai superpalchi dei più importanti festival del mondo. La grandezza dei Black Lips sta proprio in questo: suonare in ogni occasione veri e autentici, esaltare e divertire il loro pubblico di bad kid dall’alto tasso alcolico con la coerenza delle grandi band, anche dopo oltre dieci anni di attiva militanza musicale e una più che normale evoluzione verso territori sonori meno esasperati e imprevedibili. Già, la coerenza: ogni riferimento ai Kings Of Leon è puramente casuale...

E quindi eccoci all’ascolto di “Underneath The Rainbow”, che fin da subito si connota di un approccio meno teso al garagismo spinto in favore di una sezione ritmica più lenta, pulita e southrockeggiante rispetto ai soliti standard a cui i ragazzacci ci avevano ormai abituati. I rimandi al country old school si fanno evidenti fin dall’apertura di “Drive By Buddy” in cui sembra quasi di vederli, i quattro farabutti di Atlanta, fiancheggiare con fierezza Johnny Cash alla Folsom Prison. Suona fresca e molto primaverile la doppietta “Smiling” e “Make You Mine”, due canzoni idealmente eredi della celeberrima “Drugs”, mentre “Dorner Party” ha un tiro irresistibile e suona più o meno come una “New Direction” diventata grande. Gli echi sudisti e vagamente redneck si fanno evidentissimi nell’ottima “Justice After All” fino ad arrivare al riff poliziottesco di “Do The Vibrate” (con i Lips mai così “black”) e il giro di basso killer di “Dandelion Dust”, in cui Carney, Auerbach e Goldfrapp sorseggiano whisky spaccabudella al bancone di un bar di Nashville sotto la non troppo attenta supervisione di Swilley e soci.

I riferimenti e le influenze sono più o meno sempre le stesse (Yardbirds, Ramones, Clash, qualcosina degli Stones), quello che cambia sono i giri del motore (piuttosto bassini) e la rinuncia alle spigolose irruenze chitarristiche del passato, più che mai smussate dalla ricerca della melodia. Ma più di questo, l’evidente neo di “Underneath The Rainbow” è che, rispetto ai suoi predecessori, mancano le canzoni forti e davvero memorabili: in questo senso, anche il caracollante anthem di “Boys In The Wood” si fa ricordare più per il video vietato ai minori che per la canzone in se’, bella ma pur sempre lontana anni luce dai grossi calibri elencati sopra.
Sembrerebbe la cronaca di una sconfitta annunciata, ma una cosa va detta: i Black Lips sono l’unica band del mondo capace di sfornare un album appena sufficiente e allo stesso tempo accattivante, imperdibile e dannatamente cool. E questo è senza dubbio un grande merito. 

(12/03/2014)

  • Tracklist
  1. Drive By Buddy
  2. Smiling
  3. Make You Mine
  4. Funny
  5. Dorner Party
  6. Justice After All
  7. Boys In The Wood
  8. Waiting
  9. Do The Vibrate
  10. I Don't Wanna Go Home
  11. Dandelion Dust
  12. Dog Years
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