Nella loro evoluzione-involuzione i Black Lips si sono sempre contraddistinti per un’imprevedibilità giocosa e mai pedante, una caratteristica che rende la prima parte di “Season Of The Peach” alquanto godibile e stuzzicante, grazie a piccole perle di psichedelia in chiave sixties (le ottime “Kassandra” e “Wild One” che rimandano alla Chocolate Watch Band) e a un originale e strambo folk-pop con tanto di launeddas (“Zulu Saints”). Non sono da meno la psichedelica e lievemente acida “Sx Sx Sx Men” e la sarcastica “Judas Pig”, che completano una sequenza quasi perfetta.
Purtroppo il giro di boa dell’album, ovvero il passaggio dalla prima facciata alla seconda, è in parte deludente: banalità a profusione tra inutili canzoncine finto-ironiche (“Baptism In The Death House”), goffe (la pur promettente “Until We Meet Again”), poco incisive (basta mettere a confronto il riff della pessima “Happy Place” con quello decisamente più efficace e grintoso di “So Far Gone”). Solo il brillante pop-soul garage di “Tippy Tongue” (pubblicata come singolo) è all’altezza della prima parte del disco, e la fin troppo sciatta “Hatman” si guadagna il titolo di canzone più inutile dell’anno.
La natura speculare della prima e dell’ultima traccia (“The Illusion Part One”, “The Illusion Part Two”) ha l’effetto di ripristinare parte della magia perduta nella seconda parte di “Season Of The Beach”, ma lascia comunque l’amaro in bocca per un disco che funziona solo a metà, godibilissimo e divertente sia ben chiaro, ma lungi dal poter essere salutato come un ritorno alla forma o ai fasti del passato.
09/11/2025