Joan As Police Woman

Damned Devotion

2018 (Play It Again Sam) | modern soul

Era una svolta annunciata, “Damned Devotion”, anzi, più che una svolta un ritorno alle originarie escursioni dell’anima che Joan Wasser aveva dipinto con i colori della lussuria e i chiaroscuri delle inquietudini sentimentali.
Accantonate le stravaganze dell’album in tandem con Benjamin Lazar Davis (“Let It Be You”), riemerge la vena soul della cantante americana, che non disdegna atmosfere vintage alla Ann Peebles (“Tell Me”), fermi restando gli arrangiamenti minimalisti e post-moderni messi in essere dal tastierista Thomas Bartlett e dal batterista Parker Kindred, perfetti cerimonieri di pregevoli funky-hip-hop come “Steed For Jean Genet”.

Rielaborando le migliori intuizioni della black music, Joan Wasser mette in musica contrasti e ossessioni con una serie di drammatiche e affascinanti canzoni, a volte aliene come un brano apocrifo jazz (“Tell Me”), altrove ammalianti come una liturgia pop cantata con sensuale indifferenza (la title track).
Spetta comunque a “Wonderful” introdurre l’ascoltatore nel microcosmo dell’autrice: i suoni sono ovattati, lontani, come avvolti da melassa e solitudine, quasi una risposta cinica a “I’m Not In Love” dei 10cc.
Spesso la voce di Joan si sposta tra le note senza un'apparente logica spirituale. Come una moderna "schiava del ritmo" (sì, la citazione è proprio rivolta a Grace Jones) intrappola sensualità ed essenzialità nella intensa ballata “Silly Me”, per poi accarezzare il trip-hop dei Portishead nella minimale e carnale “Valid Jagger”, liberando infine tutta la passione e il tormento nell’ariosa “Warning Bell”, il cui flusso di synth risulta essere il suono più familiare e rassicurante per i fan.

“Damned Devotion” è comunque un album coraggioso. Nelle dodici tracce prevale una spudoratezza che sembrava smarrita: “The Silence” è ad esempio una delle più ambiziose creazioni mai affrontate dalla cantante, un mantra funky-soul sulle sofferenze del cuore, dove trova spazio una citazione di Leonard Cohen che più di ogni altra frase svela l’essenza dell’autrice: mi hanno detto che le ferite sono dove entra la luce.
Per tutto l'album scrittura, arrangiamenti e interpretazioni vocali vanno in un'unica direzione, ovvero verso un oscuro soul futurista che mette in musica la complessa sfera dei sentimenti contemporanei. In questo imperturbabile viaggio c’è comunque un'unica oasi, quella dedicata alla morte del padre: una ballata candida e naif, “What Was It Like”, piccola concessione alla fragilità, in delizioso contrasto con il tono imponente del resto dell’album.
Il synth-funk alla Prince di “Rely On”, l’inquieto post-soul a base di mellotron e archi simulati di “Talk About It Later” e il delizioso finale dal solenne e criptico incedere ritmico quasi industrial di “I Don't Mind” completano l’album più intrigante e coeso di Joan As Police Woman.

Senza dubbio “Damned Devotion” è un lavoro complesso, sofferto, difficile da cogliere in tutte le sue sfumature in un solo ascolto. La mancanza di un vero e proprio hit-single non giova alla fruibilità del progetto più elaborato e vulnerabile dell’artista americana, ma in fondo vi è una sola unica certezza: si tratta del miglior album di torch song che abbia ascoltato da molti anni a questa parte.

(20/02/2018)



  • Tracklist
  1. Wonderful
  2. Warning Bell
  3. Tell Me
  4. Steed (For Jean Genet)
  5. Damned Devotion
  6. The Silence
  7. Valid Jagger
  8. Rely On
  9. What Was It Like
  10. Talk About It Later
  11. Silly Me
  12. I Don't Mind




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