Tra i loro fan più fedeli ci sono Alexander Tucker (Grumbling Fur) e Robert Scott (The Batz, The Clean), provengono dalla Nuova Zelanda e sono giunti al quarto album. Stiamo parlando degli Orchestra Of Spheres, formazione di cinque elementi artefice di un atipico incrocio di suoni manipolati elettronicamente, groove afro-funk ed elementi orchestrali.
Straniante e misterioso, “Mirror” è il nuovo album della band, qui alle prese con il progetto più normalizzato e fluido. Questo capitolo vede scomparire gli pseudonimi dei musicisti ed è accompagnato da un elenco meno fantasioso di strumenti artigianali.
Il tono rituale della musica degli Orchestra Of Spheres è immutato; quello che si è evoluto è il fascino ipnotico e meditativo, sottolineato da sonorità intensamente spirituali che omaggiano ora il jazz estatico di Alice Coltrane misto a un flusso lievemente psichedelico (“Black & White”), ora il desert-blues (“Koudede”, dedicata a un musicista Tuareg morto in un incidente automobilistico nel 2012, membro della band Inerane).
A prevalere sono comunque i toni stridenti degli archi, le stramberie elettroniche e il ritmo ossessivo di percussioni e sezione ritmica. I frutti di questo bizzarro mix sono spesso travolgenti (la festa di suoni di synth e trame post-rock di “Ata”), gioiosi come un’intrigante variazione sul tema afro-beat (l’eccellente e sensuale “Chimes”), esotici e avvolgenti (il raffinatissimo corpo ritmico di “Sandpiper”).
Senza tradire lo spirito avventuroso e quasi selvaggio degli esordi, la musica degli Orchestra Of Spheres si è dunque emancipata, ed è pronta a conquistare un posto nel complesso panorama contemporaneo. E con in repertorio un mantra intenso e originale come la lunga title track (quasi dieci minuti), appare difficile non concedere ai neozelandesi il titolo di ensemble più straniante e ammaliante dell’anno appena trascorso.
25/02/2019