Sunflower Bean

Twentytwo In Blue

2018 (Mom + Pop Music) | power pop, indie

Uscito per Fat Possum, “Human Ceremony” del 2016 fu proprio un bell’esordio. Ce ne si accorse in tanti, a partire da quelli di Rough Trade, che lo elessero disco del mese, ponendo i giovanissimi Julia, Nick e Jacob – i tre hanno oggi ventidue anni – sotto i riflettori della stampa di settore. La bellezza dell’esordio dei Sunflower Bean da Brooklin poi risiedeva in gran parte tutta lì, nella loro acerbità. I testi sprizzavano gioventù da tutti i pori, il dialogo perenne tra le voci di Julia e Nick era vitale e scanzonato, le chitarre belle ruvide e la ritmica vivace. Talvolta si finiva risucchiati da piccoli gorghi psichedelici.

Da questo punto di vista “Twentytwo In Blue” rappresenta una cesura bella e buona. La produzione è laccata, la chitarra e il basso tirati a lucido. Invece di Courtney Barnett e DIIV, i primi nomi a venire in mente sono i Fletwood Mac – quelli con Peter Green via da un pezzo - e le Runaways. L’introduzione affidata a “Burn It” è sintomatica del cambiamento: armonizzazioni vocali curate al millimetro, chitarre incendiarie, ma fortemente misurate dalla produzione. Davvero un bel pezzo, non mi spaventa dire che una trentina d’anni fa avrebbe fatto la gioia di molte case discografiche. “Crisis Fest” e “Puppett Strings” sono altre due botte di energia fortissime e la maniera in cui vengono eseguite - ascoltatevi con attenzione il giro di basso della prima per credere - ricorda il power pop dei migliori Knack.

Insomma, il suono dei Sunflower Bean è cambiato, radicalmente. Ma ci sono anche un bel po’ di cose che sono rimaste. Lo splendido botta e risposta continuo tra Julia e Nick, ad esempio, che non lasciano mai capire chi è il protagonista e chi il comprimario. Come in “Sinking Sand”, dove sembra finalmente farla da padrone il più timido maschietto e invece ecco Julia arrivare a rubargli la scena sul finale. Ma soprattutto a rimanere è stata la straordinaria spontaneità del trio, il loro sguardo giovane, talvolta ingenuo, tradito da ogni verso, specie quelli meno intimi e più orientati alla critica politica (“Crisis Fest”).
Quella che proprio non coincide con l’età anagrafica di questi ragazzi è la loro tecnica mostruosa. Fa bene infatti ricordare che non solo Julia e Nick cantano che è una bellezza, ma che mentre lo fanno suonano rispettivamente, egregiamente il basso e la chitarra.

Qualcosa si inceppa soltanto sui brani più lenti. Non tutti hanno infatti la capacità di ammaliare della languida title track e così succede che quelli posti sul finire della tracklist, “Any Way You Like” su tutte, fanno calare un po’ l’attenzione. Si tratta ad ogni modo di una prova riuscita, che fa sperare non soltanto in un futuro terzo disco di assoluto livello, ma anche in ulteriori novità. I gusti dei tre ragazzi sono versatili e mutevoli, e solo loro sanno quali di questi, scrivendo nuove canzoni, prevarranno.

(28/04/2018)

  • Tracklist
  1. Burn It 
  2. I Was a Fool 
  3. Twentytwo 
  4. Crisis Fest 
  5. Memoria 
  6. Puppet Strings 
  7. Only A Moment 
  8. Human For 
  9. Any Way You Like 
  10. Sinking Sands 
  11. Oh No, Bye Bye 


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