Beck

Hyperspace

2019 (Capitol) | pop, electro-folk, hypnagogic-pop

Se c’è una caratteristica che ha contraddistinto la comunque schizofrenica produzione di Beck degli ultimi anni è l’immediatezza di fruizione, intesa come una costante se non addirittura come fine ultimo. Che si trattasse di folk meditativo, di frizzante pop radiofonico o di collaborazioni per popstar ingombranti o band più alternative, la linearità delle costruzioni melodiche l’ha sempre fatta da padrone, andandosi a sostituire alle geniali stravaganze del passato e facendo perdere gradualmente per strada al losangelino quella patina indie e l’attitudine crossover che da sempre caratterizzavano la sua proposta. I risultati non hanno tardato ad arrivare: un’attenzione mediatica che sul finire del decennio scorso sembrava ormai svanita definitivamente e, a suggello di questa trasformazione da bizzarro outsider a blasonato cantautore, una pioggia di Grammy Awards, il più importante e controverso riconoscimento dell’establishment musicale a stelle e strisce.

Si trattava della giusta ricompensa per una lunga e rimarchevole carriera di cui essere tutti contenti? Eppure non sono pochi, soprattutto tra chi l’ha seguito sin dagli esordi, coloro che oggi storcono il naso dinanzi a cotanta esposizione, che effettivamente si addice meglio a un affiliato di punta della rinnegata Scientology che all'ex-rivoluzionario del pop alternativo. Sarà difficile far cambiare loro idea proprio adesso che Beck è riuscito, dopo anni di corteggiamento, a collaborare con un peso massimo del mainstream come Pharrell Williams. Ben sette dei nuovi undici brani sono stati infatti prodotti dal rampollo di Virginia Beach, ma a stupire, stavolta, è la totale assenza di singoloni di facile presa che era forse lecito aspettarsi o temere a seconda delle preferenze. L’influenza del re mida dell’r’n’b è percepibile prevalentemente nell’approccio minimalistico e marziale dei beat utilizzati ma, nei pezzi migliori del disco, le affinità estetico-musicali tra i due sembrano curiosamente ridursi all’osso.
Distaccatosi pienamente dalle pulsioni pop-funk dell’ottimo (e sin troppo bistrattato) “Colors”, Beck Hansen mira nuovamente a una composizione più classica e meno sgangherata, abbandonando quasi definitivamente il folklore edonistico che caratterizzava gran parte dei suoi migliori lavori e dando più risalto a sfumature e atmosfere vagamente ipnagogiche che agli istantanei hook radiofonici.

“Hyperspace” pare quasi un album di transizione, piuttosto velleitario nei suoi 34 minuti di durata e sorretto da una creatività che a tratti sembra fin troppo sopita. A testimoniarlo è soprattutto un blocco centrale mai così sciapo, caratterizzato da tentazioni neo-psichedeliche in salsa r’n’b che pervadono la scheletrica “See Through”, gli zuccherosi svolazzi di “Chemicals” e una “Die Waiting” che cerca goffamente la contemporaneità scimmiottando addirittura l’ultima Taylor Swift.
Sicuramente più a fuoco è la sezione iniziale con una sorniona “Uneventful Days” che sembra in linea di massima la versione notturna di “WOW” e che si insinua, indolente, nella memoria, e con l’unico brano in grado di fondere perfettamente i tipici battiti pharrelliani con le rievocazioni electro-country del Beck più brioso (la polverosa armonica di “Saw Lightning”).

E’ soprattutto sul finale che il disco si rimette fortunatamente in carreggiata: “Everlasting Nothing”, al netto di un’eccessiva saturazione gospel, è un pop elettronico e crepuscolare che concede all’ascoltatore qualche confortevole reminiscenza à-laMorning Phase”, mentre “Dark Places” è un brano altrettanto romantico che fluttua nel suo intimo incedere attraverso sintetizzatori in odore di Alan Parsons. E’ però la cadenza dell’ottima “Stratosphere” che, ricordando le distanze siderali ricoperte dai Pink Floyd più gilmouriani, ci toglie ogni dubbio – con un po’ di rammarico – su quale fosse il percorso musicale migliore da intraprendere in questo delicato iperspazio sonoro.

Dopotutto bastava soffermarsi sull’artwork della copertina, palesemente legato all’estetica vaporwave e raffigurante il Nostro appoggiato a una Toyota Celica rossa lucente del 1988, per interpretarlo come un’efficace metafora per “Hyperspace”. I colori saturi delle palette e il titolo inciso nel sillabario Katakana vorrebbero restituire un immaginario city-pop ma del genere - all'interno del nuovo lavoro - neanche l’ombra, com’è legittimo aspettarsi da un disco in cui trionfa la forma a scapito della sostanza.

(29/11/2019)

  • Tracklist
  1. Hyperlife
  2. Uneventful Day
  3. Saw Lightning
  4. Die Waiting (with Sky Ferreira)
  5. Chemical
  6. See Through
  7. Hyperspace (with Terrell Hynes)
  8. Stratosphere
  9. Dark Places
  10. Star
  11. Everlasting Nothing


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