Brisa Roche'

Low Fidelity

2019 (Black Ash) | songwriter, folk

A proposito dell’opera di sradicamento messa in atto appena tre anni fa con “Invisible 1”, azzardo fascinoso ma non così riuscito, scrivevamo che per Brisa Roché una metamorfosi ineludibile poteva dirsi compiuta, anche se prevedibilmente destinata a non arrestarsi con quel tassello. I passi successivi hanno chiarito che se quella previsione era esatta – e l’album andava etichettato effettivamente come interlocutorio – non altrettanto si può dire della direzione che avevamo immaginato per la cantante statunitense di stanza a Parigi. Nel giro di un anno Brisa si è letteralmente reinventata come artista, ma lo ha fatto nella maniera meno preventivabile, tornando cioè a quelle radici che con tanta disinvoltura sembrava voler rinnegare: non l’elegante quanto ozioso jazz della propria formazione di autodidatta, bensì il passato ancor più remoto del primo incontro con la musica, da bambina, nella cornice poco ortodossa di una comune hippie, in balia dei capricciosi vezzi genitoriali.

L’autrice ha scritto qualche brano inedito ma più che altro ha attinto al molto materiale caricato su YouTube in forma di demo a partire dal 2013, rimettendovi personalmente mano o affidandosi alle cure di John Parish e Ali Chant, per trarne quindi un dittico coerente e al tempo stesso discontinuo. Se “Father” era un intenso memoriale sonoro consacrato a una figura paterna da romanzo, non è meno sincera l’intestazione del recente “Low Fidelity”, dimessa ma luminosa rievocazione degli anni trascorsi a stretto contatto con la natura in compagnia di una madre non meno stravagante.
Registrato in totale autonomia proprio nella quiete della California settentrionale, il disco parte con un voce e chitarra scarno ma confidenziale, in presa diretta e senza edulcorazioni formali, che dice già molto del nuovo indirizzo. L'effetto è depurante e non tetro, premia l'inconfondibile e mesmerica voce da sirena di Brisa, costretta per scelta a una nudità sostanziale ma per nulla penalizzante.

E’ corretto leggere in questa sesta fatica della Roché la colonna sonora dei giorni della sua infanzia, nella soave imperfezione del contesto bucolico in cui la quarantatreenne é cresciuta, e non a caso nei tag su Bandcamp appare il nome della natia Arcata accanto a etichette meno inattese come folk e soul. Le nenie improvvisate dalla madre, carpite e fatte proprie in tenera età, rivivono in quello che a ragione può essere considerato il necessario contraltare all'immediato predecessore, un album dedicato in questo caso proprio alla genitrice: dedito alla concretezza quello quanto etereo questo, con l'arte povera e silvana in vece degli incomparabili scheletri elettrici plasmati da Parish e dal sodale, ma senza rinunciare alla modica quantità di vezzi eccentrici.

“California Man” lo dice chiaramente: la cantante ha ritrovato sicurezze e ispirazione al netto degli artifici, un intimismo che si dimostra assai comunicativo, quanto di meno angusto nonostante la solitudine non solo nominale dietro la sua realizzazione. Cori e controcori sopperiscono ai rischi dell'afflizione con buona efficacia, a dispetto dell'estrema economia delle risorse in gioco. Più che altro, Brisa mostra di aver recuperato una leggerezza insperata e vi si libra con assoluta libertà, sgravata da scafandri espressivi che ne avevano evidentemente contaminato la vena creativa con cliché, manierismi o sperimentazioni tanto audaci quanto poco calzanti. Dentro “Secret Song” l'immediatezza è contagiosa e profuma di instant classic, pur se offerta al di fuori dei più consolidati itinerari della tradizione folk nordamericana. Per spirito, è come fossero tornate alla luce le prime registrazioni naif della Nostra, allora nemmeno adolescente, filtrate però attraverso la sensibilità e la consapevolezza di un’artista matura, oggi madre a sua volta.

La frugalità giova, e non poco, in un’opera che è anche la più Americana della Roché, un ritorno alle origini per tramite di nuovi modelli, come Alela Diane, ben intuibile nei solchi di “Hey Little Boy”. Dietro il canto arrochito di “Can You Run”, dietro la ricerca di polifonie costruite con nulla (come avviene tra sfrontatezza e estatica introspezione in “Daughter Of A Teacher”) non mancano bizzarre evocazioni o quella weirdness da terza sorella Casady, anche se in questa occasione appare maggioritaria la componente che non si preclude scampoli di incanto campestre. E’ l’estro di una novella Josephine Foster, vero riferimento chiave qui, né più né meno come Polly Jean Harvey per “Father”: si ascolti in proposito come il breve voce e organo di “Tiger Song” tratteggi un idillio sottile ma sufficientemente ammaliante, con grazia e nostalgia, o come in “Terribly Hard” la songwriter riesca a essere espressiva con pochissimo, e a scandagliare le proprie innumerevoli sfaccettature grazie a un trasformismo noncurante e persino leggiadro.

Quel che ne vien fuori, al di là delle modeste pretese della confezione, è insomma una raccolta strana ma quanto mai autentica – fa fede il cuore in mano della miniatura al piano, minimale eppure densissima, di “Rings” – che fino al congedo di “Babe” non sconfessa l'impianto pauperista, un prodigio per l'incantevole franchezza e la serenità che trasmette, un senso di pacificazione finalmente conquistata. Detto questo, dove possa condurci la deliziosa Brisa con la prossima uscita rinunciamo francamente a pronosticarlo.

(01/08/2019)

  • Tracklist
  1. Except For Love
  2. Summerelo
  3. California Man
  4. Hey Little Boy
  5. Can You Run
  6. Rings
  7. Secret Song
  8. Can't Stand
  9. Daughter of a Teacher
  10. Terribly Hard
  11. Tiger Song
  12. Babe






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