Il 20 luglio del 2019 il musicista, poeta e artista inglese ha sperimentato la profonda sinergia tra la musica e la mente, affidando le sue “Six Lethargies” all’orchestra Britten Sinfonia, coinvolgendo in questo outing emotivo e psicologico anche parte del pubblico. Ad alcuni spettatori sono stati fissati dei sensori al dito, collegati a un sistema centrale che attraverso il monitoraggio dell’attività elettrodermica e della reazione nervosa ha tradotto in illuminazione il feedback emotivo. Il tormento di Henson è diventato così materia di una istantanea creativa unica e irripetibile: condividere le paure, l’ansia e la depressione con l’ascoltatore ne ha modificato e ampliato la visione creativa.
Comprendere quali meccanismi smuove una sequenza di note calanti, scoprire che in ogni parte del mondo e in ogni ambito culturale si affida l’esegesi della malinconia a una nota triste che sembra essere sempre la stessa, giungere ai limiti dell’ossessione pur di cogliere l’ancestrale rapporto tra musica ed emozioni è stato per mesi l’unico vero scopo dell’artista. Quanto difficile sia stato mettere insieme sei lunghe partiture orchestrali è immaginabile, ma non del tutto comprensibile. Henson ha consultato psicologi, neuroscienziati e studiosi della musicoterapia, rinunciando al suo essere introverso e solitario. Si è spogliato altresì del suo avatar artistico, che ne colloca le creazioni in un ambito neofolk dove si incontrano Jeff Buckley e Nick Drake, riabbracciando le ambizioni di “Romantic Works” con un piglio leggermente più drammatico.
Inutile negare il rilevante tributo che Henson paga nei confronti di Henry Gorecki o di Arvo Part (“Breathing Out”). Tutto è racchiuso in quel postulato che lo stesso artista ha abbracciato mentre procedeva nell’elaborazione del progetto: la malinconia e la depressione non conoscono barriere, la loro esternazione sociale e creativa è universale, analoga, conforme. “Six Lethargies” è dunque un album di musica senza una dimensione temporale e antropologica ben definita, un imponente ritratto di una condizione umana alla quale nessuno sfugge, ma che per l’artista inglese è diventata una priorità culturale e creativa.
Tutto questo si traduce in un’opera musicale tipicamente neoclassicheggiante, ricca di strani incidenti di percorso, come il ricorso all’atonalità e alla scala Shepard per creare modulazioni sonore allucinatorie per “Trauma/ In Chaos” (le sperimentarono anche i Pink Floyd in “Echoes”), il duello tra cacofonia e silenzi in “The Falling” o l’uso massivo del Sol minore nella già citata “Unease Concerto”, che crea una sequenza di dissonanze e note cupe alle quali riesce difficile opporre resistenza.
La messa in scena di questo nuovo album di Keaton Henson è sicuramente una delle esperienze più interessanti che si possa vivere durante un concerto o una performance. Indubbiamente parte dell’impatto emotivo viene smarrito nella trasposizione discografica, ma è talmente intenso e forte il valore di queste sei letargie che rischiate di essere travolti da un’orda di sensazioni che difficilmente vi lasceranno indifferenti.
16/12/2019