Lafawndah

Ancestor Boy

2019 (Concordia) | avant-pop, elettro-globalismo

Le radici familiari in Egitto e in Iran, l'educazione artistica a Parigi e in Messico, le fughe a Berlino, Londra e Los Angeles. E poi - ovviamente - la Rete: il non-luogo per eccellenza che sta cambiando la faccia dell'interazione umana, un'enorme fonte di solipsistica formazione personale che offre l'opportunità di mettersi in contatto con persone e culture sparpagliate in ogni possibile angolo della Terra. Questo è il mondo di Yasmin Dubois, in arte Lafawndah, artista multi-disciplinare che da un lustro almeno continua a spuntare un po' ovunque. L'abbiamo trovata in collaborazione con Laurel Halo e Midori Takada, poi dietro ai piatti alla creazione di particolari dj-mix e rielaborazioni di brani altrui per le piattaforme digitali più modaiole del nostro periodo quali Bleep, Dazed, iD, Red Bull e la celebre web-radio NTS, e poi ancora sul palco assieme (o in supporto di) Tirzah, Kelsey Lu e serpentwithfeet.

Tutto questo disparato bagaglio di nomi, luoghi, influenze e culture è stato poi gettato con un secchio dentro le tredici tracce di "Ancestor Boy", long playing di debutto rilasciato indipendentemente da Lafawndah tramite la propria etichetta Concordia.
Sulle prime non si può che rimanere storiditi, anche solo circostanziare lo strano salmodiare del cantato è impresa ardua; una voce dolente capace di ergersi con forza carnale contro graffianti partiture elettroniche, salvo poi incantarsi su timbriche fatate ma alla lunga monotone che richiamano delle non meglio specificate influenze dall'Est (vedasi l'impalpabile litania di "Oasis", o l'imperscrutabile filastrocca arabeggiante di "Parallel", interrotta a metà da un desertico passaggio ambient). Difficile buttare cultura araba e cultura persiana in uno stesso calderone, ma con Lafawndah il confine è sempre aperto.

E non finisce certo qui; il cammino sonoro di "Ancestor Boy" passa attraverso concitate sferzate accelerazioniste e contorsioni digitali in aria PC-music ("Uniform"), pulsioni urban ("Waterwork"), una sparsa ballata che porta addirittura la co-firma di Jamie Woon (la splendida "Joseph") e un metafisico ritmo reggaeton ("Tourist"). I testi sono spesso un mondo a parte, messaggi criptici e metafore personali che paiono quasi intraducibili fuori dal pensiero dell'autrice ("Daddy", descritto come un brano sul rapporto artistico tra lei e sua madre).
Si va quindi d'immaginazione, magari lasciandosi guidare da una lucina di stella nel buio del deserto sul possente ritornello di "Storm Chaser". Unica ospite vocale sull'intero lavoro un'altra artista stilisticamente-non-allineata quale Bonnie Banane, che dà man forte all'intermezzo in lingua francese di "Vous Et Nous".

Il decentramento globalista di "Ancestor Boy" è allo stesso tempo sia il punto a favore che il principale limite. Si può rimanere affascinati da questo inebriante cocktail di suoni e idee condotto da un'atipica sirena di terra, ma allo stesso tempo l'assenza di una geografia sonora più circostanziata rende l'ascolto straniante come se stessimo calpestando una terra di nessuno - aspetto che poi si riflette nella criptica immagine di un'autrice costantemente in fuga di fronte all'obiettivo: prima mora poi bionda, ammicca una posa sexy e poi arriva sul palco coperta di generici scampoli di tessuto dal taglio inusuale, un attimo sembra la diva di un vecchio vinile, poi una fighetta da scuola d'Arte che va a ballare nelle discoteche deconstructed (e questo per tacere di quando, sul video del suo vecchio singolo "Tan", faceva interpretare il brano a un'amica mentre lei le sedeva accanto).

Tutto questo chiaramente è voluto; alla base di "Ancestor Boy" giace un sentimento di spaesamento dovuto al crescere in un posto nel quale non si appartiene, cosa che Lafawndah ha sempre sentito pesare sulle spalle. Terra franca, ma anche terra solitaria - esemplare l'inequivocabilmente titolata "I'm An Island" che poi sfocia nel finale di "Blueprint", due momenti in uno costruiti su poliritmiche post-club alla Kingdom, un giro d'arpa sintetica, le percussioni a cura dell'ottima Valentina Magaletti e un aggrovigliato melodismo tipico dell'ultima Bjork.
Si rimane insomma dell'idea che "Ancestor Boy" non sia affatto un punto di arrivo per Lafawndah, quanto semmai l'inizio di un lungo viaggio. Equamente storditi e affascinati, noi saremo comunque qui ad aspettare le sue prossime mosse.

(05/09/2019)



  • Tracklist
  1. Uniform
  2. Daddy
  3. Parallel
  4. Ancestor Boy
  5. Storm Chaser
  6. Vous Et Nous feat. Bonnie Banane
  7. Waterwork
  8. Substancia
  9. Joseph
  10. Oasis
  11. Tourist
  12. I'm An Island
  13. Blueprint




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