Suchmos

The Anymal

2019 (F.C.L.S.) | art rock, indie rock

I Suchmos sono un sestetto indie rock proveniente da Chigasaki, non lontano da Yokohama. In giro ormai da qualche anno, senza aver mai cambiato formazione, giungono ora alla prova del terzo album; quarto, se si considera “The Ashtray”, pubblicato lo scorso anno come Ep, nonostante duri ben trentasei minuti.
Con “The Anymal” la band prosegue la sua mutazione, iniziata un po’ a sorpresa proprio con “The Ashtray”, dopo un album – “The Kids” (2016) – che sembrava mostrare una band sì dotata di grandi capacità dal punto di vista tecnico e produttivo, ma limitata a ripetere la formula vincente messa a punto con l’opera di debutto (“The Bay”, 2015).

Così, l’iniziale mistura di city pop giapponese e acid jazz britannico, con spruzzate di alternative rock e hip-hop, si era arricchita in “The Ashtray” di inaspettate venature prog. Se l’Ep era lievemente meno immediato dei due dischi precedenti, nulla lasciava presagire un’opera estrema e irrequieta come questa di fresca pubblicazione.
I Suchmos, a cui il ruolo di tipica rock band da classifica va evidentemente stretto, realizzano così una scaletta imponente, che sfiora i settantaquattro minuti di durata.
I dodici nuovi brani gettano quasi interamente alle ortiche il tipico sound dei Suchmos: rimane riconoscibile la voce del cantante, Yonce, e il tocco jazz degli strumentisti. Tuttavia, sono svaniti i riferimenti agli anni Ottanta di Tatsuro Yamashita e ai Novanta dei Jamiroquai, sostituiti da una ribollente formula art-rock, che preferisce brani arzigogolati al ritornello a presa rapida. Numerosi i riferimenti alla psichedelia e al rock progressivo (magari quello meno legato alla musica classica).

Il brano d’apertura, “Water”, rischia invero di deludere, o perlomeno di creare false aspettative: può un’opera di rottura aprirsi con un’imitazione dei Beatles? A quanto pare sì, anche considerando che è l’unico brano in cui si respiri l’ingerenza dei quattro di Liverpool. “Roll Call” aggiusta subito il tiro: coltre d’archi simulati col mellotron in apertura, marziale indie rock con voce distorta nella strofa, e contorto ritornello dalle sincopi funk.
Scelta come provocatorio singolo di lancio, dati i suoi otto minuti di durata niente affatto editati per i passaggi radiofonici, “In The Zoo” è forse il capolavoro del disco. Sorta di trasfigurazione blues costruita su una scala discendente, vanta una struttura libera (quello che a 2' 02'' sembra un ritornello non si ripeterà più nel corso del brano) con tanto di parentesi ambientali. Ricorda altri tempi la mescolanza fra gli arrangiamenti sinfonici (di nuovo il mellotron) e l’ingegneria del suono, dalla resa molto asciutta (fatta eccezione per le chitarre, i timbri degli strumenti sono naturali e rimandano all’analogico degli anni Settanta). Con il suo costante lavoro di texture, “Bound” sembra una sorta di shoegaze ammorbidito, posto su una serie di accordi soul e scale di basso jazzate (come quella che entra a 2’ 16’’).

“Indigo Blues” vanta un'introduzione di quasi quattro minuti, a metà fra ambient e musica cosmica, con tastiere analogiche e riflessi di chitarra ottenuti sia con l’effetto tremolo, sia tramite il pedale del fade in. La voce filtrata entra bofonchiando in lontananza, per poi farsi via via più presente, fino all’arrivo della sezione ritmica, che porta con sé la componente blues citata nel titolo.
Il funk mutante di “Roma” è propulso da una linea di basso in levare, influenzata dal dub, e xilofoni alla Steve Reich. Nel ritornello entra un velocissimo arpeggiatore, nello stile dei videogiochi a 8-bit, ma il timbro scelto non è il classico chiptune stereotipato, bensì il suono di archi campionati.

In generale, nell’album è presente molta sperimentazione sulle armonie e sulle scale, con soluzioni che non si udivano dagli anni Settanta (“Here Comes The Six-Pointer” cambia armonia drasticamente tre volte in tre minuti) e altre che, nel rock, non si sono proprio mai sentite, o quasi (la lentissima ballata intimista “Hit Me, Thunder”, per esempio, vanta un assolo di chitarra che sembra ricorrere a un modo locrio). La fruibilità non è sempre immediata, e la lunghezza di certo non aiuta qualora si pretendesse l’amore a prima vista: tuttavia, considerata la quantità di carne sul fuoco, vale la pena di insistere.

Il pubblico è rimasto scettico innanzi a questo cambio d’abito e l’album s’è dovuto accontentare di un quarto posto in classifica (a dispetto del numero 2 ottenuto sia da “The Kids”, sia da “The Ashtray”). A questo punto è però chiaro che difficilmente i Suchmos si faranno intimidire dal calo delle vendite, anche considerando che dal vivo rimangono una forza capace di mandare sold-out un’arena in un battibaleno. Dichiarazioni di indipendenza come “The Anymal” rappresentano anzi mosse più che mai necessarie nell’industria musicale del 2019.

(05/09/2019)

  • Tracklist
  1. Water
  2. Roll Call
  3. In The Zoo
  4. You Blue I
  5. Bound
  6. Indigo Blues
  7. Phase2
  8. Why
  9. Roma
  10. Hit Me, Thunder
  11. Here Comes The Six-Pointer
  12. Bubble


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