Ben Harper

Winter Is For Lovers

2020 (Anti-) | folk

“Winter Is For Lovers” è un ritorno alle origini, le origini di un genere, ma anche - molto più semplicemente - le origini di una discografia lunga quasi trent’anni. Una lap steel poggia sulle ginocchia, come un mansueto animale domestico, mentre una barretta d’acciaio striscia sulle corde senza che queste tocchino mai il palissandro. I tasti sono solo un riferimento, linee per indicare dov'è che finisce un suono e ne inizia un altro, ma non ne determinano il cambiamento, un po’ come i popoli e i confini, le persone e le frontiere. Ben Harper ha sempre dato importanza ai primi piuttosto che ai secondi, nell'ultimo "Winter Is For Lovers” - anch’esso un album senza frontiere - così come nel primo “Welcome To The Cruel World”, debutto datato 1994, quando i dischi ancora si compravano e i libretti si aprivano a fisarmonica. Nell’artwork di quell’esordio, Harper aveva inserito la foto del palmo della sua mano e una barretta d’acciaio al centro, la stessa con cui eseguì la strumentale "The Three Of US", canzone d’apertura, nonché genesi della sua lunga carriera artistica.

Un cerchio che si chiude verrebbe da dire, eppure l’ultimo disco del cantautore statunitense è un viaggio di ritorno che non si ferma all’inizio del suo personale percorso musicale, ma prosegue fino alle radici della musica folk. E allora non è un caso se l’artista californiano ha scelto proprio il The Folk Music Store per registrare l’esecuzione integrale del suo disco, disponibile in video sulla piattaforma streaming più famosa del mondo. Un luogo che aulisce di sacro e di tradizione, oltre che di famiglia. Lì, in quel negozio messo in piedi dai suoi nonni materni, Harper ha incrociato il suo apprendistato adolescenziale con la vita di artisti come Ry Cooder, David Lindley, Jackson Browne e Leonard Cohen. Erano gli anni Ottanta e da allora il cantautore statunitense non ha mai fatto prendere polvere alle proprie chitarre hawaiane, tanto da celebrarle definitivamente con il nuovo “Winter Is For Lovers”.

Sebbene “Inland Empire” avesse fatto ben sperare - con una linea melodica che è un colpo di tosse all’anima e con dei bassi profondi che bussano in testa come un pensiero ricorrente - il nuovo disco ha complessivamente tradito le aspettative. Vuoi perché un album strumentale, per chi fa della voce e delle parole un cardine della propria musica, è già di per sé un’impresa rischiosa, vuoi perché la tecnica di Harper sullo strumento è buona, ma non al punto da giustificare un disco scheletrico e minimale come quello uscito il 23 ottobre scorso con Anti- Records.
“Ci è voluto un po’ per comporlo” ha rivelato Harper, “per me è stata una sfida inedita”. Se bastasse l’urgenza a legittimare un’opera, ogni album di Harper troverebbe una giustificazione, ma l’urgenza di una sfida come questa non è sufficiente a legittimare la mezz’ora di musica strumentale. Esclusa “Inland Empire”, infatti, pochi episodi veicolano un sentimento o un'atmosfera, qualcosa da cui recuperare un profumo, uno scorcio, un gioco di luci o anche soltanto una flebile sensazione. Eppure l’intento di questo disco è proprio quello di viaggiare verso luoghi distanti: dalla sottile frenesia di New York al ciondolante romanticismo di Parigi, da Istanbul a Londra, dal Vecchio al Nuovo Continente, transitando anche per coordinate meno popolari. Un progetto che nell’intenzione ricorda “Places” di Brad Mehldau, un altro artista che a modo suo, cioè accarezzando l’avorio, ha raccontato di traversate intercontinentali.

Se “Joshua Tree”, con la sua sacrale progressione, ricorda vagamente l’inizio di “Power Of The Gospel”, uno dei brani più belli mai scritti da Harper, “Toronto” pennella una striscia di malinconia su una foto in bianco e nero del Lago Ontario, ma sono eccezioni di una regola che non fa mai trasalire. Tutto il resto, infatti, si fa ascoltare e si lascia subito dimenticare, come un posto in cui sei stato, ma di cui non conservi neppure un ricordo. “Winter Is For Lovers” rimane allora solo un discreto sottofondo per serate domestiche con un bicchiere di vino in mano o un tentativo di colonna sonora per un film itinerante con riprese grandangolari (da questo punto di vista, “Paris, Texas” di Ry Cooder sembra qualcosa in più di una vaga ispirazione).

In contesti simili ("Into The Wild" e "Ukulele Songs") Eddie Vedder intuì le trappole che si nascondono in un album strumentale, per chi, d’impostazione artistica, non ne è avvezzo. Risolse alternando minimalismo ad (anche soltanto lievi) accompagnamenti e pezzi strumentali a brani cantati. Così, persino in ambito cinematografico, creò un album polivalente, che in parte accompagna e in parte fa cantare. Ben Harper si è invece limitato allo strumento, ma è un tentativo che pecca di dinamiche e si addormenta su uno spettro sonoro che non ha tanto il difetto di essere stretto, quanto più di rimanere lo stesso. Perennemente immutato.

(15/11/2020)



  • Tracklist
  1. Istanbul
  2. Manhattan
  3. Joshua Tree
  4. Inland Empire
  5. Harlem
  6. Lebanon
  7. London
  8. Toronto
  9. Verona
  10. Brittany 
  11. Montreal 
  12. Bizanet 
  13. Toronto (Reprise) 
  14. Islip 
  15. Paris


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