Elvis Perkins

Creation Myths

2020 (MIR / Petaluma) | songwriter,alt-folk

In principio era Marilyn, o forse la Grande Madre. Per il suo album numero quattro, Elvis Perkins invoca fin dal titolo la mitologia della creazione. Ma la cosmogonia rappresentata in copertina sembra più una visione partorita dalla mente di David Lynch: una divinità arcaica che regge uno specchio, un uovo cosmico che svela una giovane Marilyn Monroe, la spirale di un serpente, la volta celeste… Un sogno alchemico sull’inizio di tutto.
I miti delle origini, insegna Mircea Eliade, sono il modello di tutte le azioni umane. Sono il riflesso di ogni nostra rinascita, potremmo dire. E infatti, Elvis Perkins mette in scena la genesi dell’universo per parlare di se stesso, di quello che era e di quello che è diventato.

“Sono tutte canzoni scritte tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”, confessa Perkins a proposito dei nove brani di “Creation Myths”: un reperto del suo affacciarsi al mondo come artista, agli albori del millennio corrente. Perché allora registrarle proprio adesso? “Le ho portate con me sin dalla loro genesi e ho sempre sospettato che a un certo punto sarebbero state documentate. Ma non si sa mai quando arriva finalmente il momento giusto”. Il momento giusto, appunto: il momento di guardarsi allo specchio, di cercare sul proprio volto i segni della strada percorsa.
Tutt’altro che una raccolta di fondi del cassetto, insomma. Piuttosto, una riscrittura del passato che riesce a prendere la forma di un nuovo punto di partenza: “A volte fai le cose migliori quando non sai ancora che cosa stai facendo”. In “Creation Myths” c’è tutta la vena cantautorale degli inizi, intatta come non la si sentiva dai tempi di “Ash Wednesday”. Ma c’è anche l’impronta della ricerca intrapresa con il precedente “I Aubade”, che fa capolino nell’elaborazione più obliqua dei brani. E, su tutto, c’è la voce di Perkins, più affilata e sinuosa che mai nel condurre la danza.

Ritmo rotondo e melodia discendente, “Sing Sing” si destreggia tra grattacieli di carta e astrologi hollywoodiani su un’aura tremolante di miraggi. Poi, i fiati di “See Monkey” ricreano l’incanto della banda di “Elvis Perkins In Dearland”, tratteggiando i confini impossibili di un’Americana balcanica e meticcia. Archi e tastiere fluttuano sulle note di “Iris” con un senso di nostalgia vagamente beckiano (vedi alla voce “Sea Change”), mentre la brezza country-folk di “Mrs. & Mr. E” scivola con una spensieratezza inusitata per il songwriter americano.
Accanto a Perkins, un ruolo chiave spetta stavolta a Sam Cohen, già alla guida degli Yellowbirds e impegnato ultimamente alla consolle con Kevin Morby e molti altri: in “Creation Myths” veste i panni di produttore e polistrumentista, mentre la batteria di Otto Hauser e le tastiere di Tyler Wood vanno a completare l’ossatura musicale del disco. Spetta invece al film-maker e fotografo Steven Sebring il merito per le atmosfere notturne e fumose del video di “Anonymous”: una meditazione spettrale che piacerebbe di sicuro anche al fratello di Elvis, Oz Perkins (regista del recente “Gretel & Hansel”), con cui il Nostro ha lavorato negli ultimi anni per le colonne sonore di “The Blackcoat's Daughter” e “I Am The Pretty Thing That Lives In The House”.

Tra ballate dolcemente passatiste (“See Through”) e sagre di organetti e ottoni (“Promo”), al cuore di “Creation Myths” c’è lo struggimento per la ricerca di una connessione con gli altri, e al tempo stesso la consapevolezza di un’estraneità che sembra non poter essere colmata. “Does anyone/ Ever know another?”, si chiede Perkins tra il pianoforte e la pedal steel di “I Know You Know”. “What does anyone want/ From another/ Other than the time/ And the secret number?”. Nel sistema copernicano dell’io, il tu non è che un satellite: “Are we heliocentrics/ Like the summer?”.
Ma è una mezza vita, quella in cui gli altri sono solo proiezioni di noi stessi. “The Half Life” ha il passo caracollante di un Townes Van Zandt che si reincarna sotto le spoglie di Andrew Bird: il piano si srotola lieve, il violino sa di campi appena tagliati. Forse la sola unità possibile è proprio quella con ciò che resta totalmente altro: “Do you think that maybe/ We could make one of two?”. Un io e un tu, l’asse misterioso del cosmo. “Would it ever do/ A me and you?”.

(21/10/2020)

  • Tracklist
  1. Sing Sing
  2. See Monkey
  3. I Know You Know
  4. Mrs. & Mr. E
  5. Iris
  6. The Half Life
  7. Promo
  8. See Through
  9. Anonymous


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