Nels Cline

Share The Wealth

2020 (Blue Note) | jazz, fusion

Nels Cline, chitarrista americano nato nel 1956, è noto per la sua ricerca musicale eterodossa, incurante di generi e confini, stili e classifiche. Il suo, come per molti musicisti della sua generazione (John Zorn, Fred Frith, Bill Frisell), è uno stile che si potrebbe definire postmoderno, capace di passare con facilità dal rock al jazz, dal blues fino al grunge e così via. “Share The Wealth”, inciso per Blue Note, spicca nella sua discografia proprio perché riesce a uscire da questa schizofrenica imitazione stilistica. I riferimenti qui sono pochi e molto chiari: ovvero, come il chitarrista stesso ha ammesso in un’intervista, il jazz-rock di Miles Davis, dei Weather Report e di John McLaughlin. Sono nomi di un certo peso, e cercare di seguire le loro orme è certamente molto ambizioso. Cline può però contare nell’impresa su una formazione, i Nels Cline Singers, fidata e ormai rodata da tempo.

Sono passati infatti un bel po' di anni dal loro primo lavoro, “Instrumentals” del 1998, in cui erano dediti a una sorta di free jazz con tinte punk. Su “Share The Wealth” a unirsi al trio originale, costituito oltre che da Cline dal bassista Trevor Dunn e dal batterista Scott Amendola, ci pensano tre special guest: Brian Marsella alle tastiere, Skerik (nome de plume di Eric Walton) al sax tenore e infine Cyro Baptista alle percussioni. Un organico di tutto rispetto, quindi, che richiama per certi versi l’ensemble dietro a “Bitches Brew” e “In A Silent Way”, i primi due grandi album davisiani del periodo elettrico. Ma che ricorda anche, grazie alla presenza di Baptista e Dunn, la band inclassificabile Electric Masada di John Zorn, il cui sound riecheggia nei brani per tutta la durata del disco.

A dare il via è un pezzo di Caetano Veloso, “Segunda”, arrangiato da Cline in salsa fusion. Su uno sfondo ipnotico, che richiama il primo brano di “My Goal’s Beyond” di McLaughlin, la chitarra di Cline espone nervosamente ma con energia un tema assai semplice eppure molto incisivo. Dopo qualche minuto viene raggiunto dal sax ruggente di Skerik, in uno dei primi momenti rivelatori di questo bel lavoro. Il Fender Rhodes di Marsella in sottofondo ci riporta intanto subito all’atmosfera dei dischi di Davis, pur mancando dell’esperto tocco jazz di Hancock, Jarrett o Corea.

In “Beam/Spiral”, invece, le cose iniziano a diventare più complesse. Al jazz-rock d’ispirazione iniziale si contrappongono ripetizioni ritmiche e minimaliste da parte di basso e chitarra. Già “Bitches Brew” mostrava una certa tendenza alla stasi e alla ripetizione, derivata in questo caso dall’uso di armonie modali e dal fascino per l’Oriente. Qui Cline però enfatizza ulteriormente il tutto calcando la mano sull’espressione. Gli strumenti a corde ricordano nel loro suono a tratti le schitarrate sperimentali dei Sonic Youth, oppure il rumore martellante dei brani del compositore newyorkese Glenn Branca. A sciogliere l’intensità ritmica e primitivistica ci pensa il sax di Skerik, che rende più melodico l’insieme suonando fragili e malinconici lamenti nel registro acuto.
I brani del disco, lasciando fuori la traccia iniziale, si alternano poi tra pezzi più strutturati e improvvisazioni free-form altamente sperimentali. “Princess Phone”, ad esempio, rientra nella prima categoria: consiste in un robusto giro di basso funky, su cui si poggiano gli accordi in levare di Cline, che distorce qui il suono con un pedale. E sempre del primo gruppo è anche “Headdress”, brano notevole, in cui il sassofono di Skerik dialoga con il marziale e lento procedere della batteria di Amendola.

Le improvvisazioni collettive “Stump The Panel” e “A Place On The Moon” sono invece le due tracce più lunghe del disco, e rappresentano, assieme a brani più brevi, la seconda anima del lavoro in questione. È lo stesso Cline a rivelarci tramite un’intervista che entrambi i brani sono frutto di una lunga libera sessione di musica in studio. La differenza tra questi pezzi e il resto dell’album è notevole. Essi consistono infatti in una lunga corrente di suoni: una contrapposizione continua di diversi livelli musicali stratificati gli uni sugli altri. Suonare brani completamente improvvisati con un organico numeroso come questo può essere rischioso, ancor di più se gli strumenti sono elettronici e dispongono della possibilità di intervenire e modificare il suono originale. Più elementi e più voci musicali entrano in gioco, più è difficile infatti gestire e strutturare un’improvvisazione simultanea, che con meno componenti si potrebbe organizzare in modo più semplice.

Nonostante ciò, il gruppo riesce nel suo intento, senza perdere quindi una musicalità di fondo. “Stump The Panel”, in particolare, ricorda nei suoi rullati di batteria improvvisi, nelle urla di sassofono e nel buon uso dell’elettronica “Cobra” di John Zorn, lunga improvvisazione collettiva guidata, che sia Dunn che Baptista non a caso hanno eseguito assieme a Zorn più volte. “A Place On The Moon”, al contrario, è un brano più atmosferico, con virate noise e un clima più algido, che ricorda quasi il jazz europeo di marca Ecm e in particolare la free-improvisation del gruppo norvegese Supersilent. In entrambi i brani l’elettronica è dosata con grande sensibilità, persino nei momenti più hardcore.

Tra le uscite discografiche del 2020, “Share The Wealth” ha sicuramente un posto di tutto rilievo. Cline riesce nel difficile intento di adottare un vocabolario musicale del passato, la fusion degli anni 70, arricchendolo però con suggestioni legate a stili e generi musicali più contemporanei, senza però snaturarlo. Il jazz-rock di Miles Davis dovrebbe in fondo rappresentare per i musicisti che l’ammirano proprio questo, non uno stile chiuso in sé da imitare, bensì un’attitudine alla curiosità e all’apertura mentale (quella poi propria di tutti i grandi) da adottare e fare propria. Proprio quell’apertura mentale che molta musica fusion più tarda ha ben presto dimenticato, scadendo nel tecnicismo e nel virtuosismo più conservatore. E non sorprende che quest’impresa sia stata compiuta da un manipolo di musicisti della scena downtown di New York, forse uno dei laboratori musicali più fertili di questo momento.

(13/03/2021)

  • Tracklist
  1. Segunda
  2. Beam/Spiral
  3. Nightstand
  4. Stump The Panel
  5. Headdress
  6. Princess Phone
  7. The Pleather Patrol
  8. Ashcan Treasure
  9. A Place on the Moon
  10. Passed Down
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