Wos

Tres puntos suspensivos

2020 (Dogo) | cloud rap, rap rock

Valentín Oliva, in arte Wos, è un giovane rapper portegno, che si è fatto notare per aver vinto prima una serie di gare di freestyle a livello locale, e poi due trofei internazionali, il Double AA e il Red Bull Batalla de los Gallos, entrambi nel 2018.
Nello stesso anno sono arrivate le prime soddisfazioni discografiche, soprattutto col singolo “Andromeda”, raffinato capolavoro di cloud rap introspettivo. Da quel momento l’ascesa è stata veloce e nel 2019 “Canguro” ha fatto conoscere l’artista al grande pubblico, trascinando il relativo album, “Caravana”.

Il successo di Wos non è affatto scontato: pur essendo un rapper, la sua forma mentis lo spinge verso la musica suonata con gli strumenti tipici del pop rock, rifuggendo le basi preregistrate durante i concerti. Una decisione dovuta probabilmente alla sua passione per il rock argentino e in particolare per la leggendaria band Patricio Rey y sus Redonditos de Ricota, da cui ha ripreso anche parte delle sue tematiche preferite.
Tutto in lui sembra respingere i facili trend: a differenza dei rapper latinoamericani più famosi, è immune all’influenza del reggaeton e della relativa attitudine festaiola; a differenza dei trapper, non abusa dell’autotune (vi ricorre sporadicamente, senza comunque forzare la mano); a differenza di un po’ tutto il mondo dell’hip-hop, non vanta le proprie conquiste sessuali, non si spaccia come migliore di altri, non insulta i soggetti delle sue canzoni, e si tiene ben distante da sessismo e omofobia.
Per questo motivo, pur essendo stato in grado di conquistare un pubblico importante (quasi sei milioni di seguaci su Instagram, oltre tre di ascoltatori mensili su Spotify), difficilmente Wos sarà mai una figura dominante della propria scena: la sua musica è generalmente troppo malinconica e introspettiva, salvo qualche momento più aggressivo (la sopracitata “Canguro”) in cui i testi si spostano verso il commentario sociale, comunque fortemente pessimista.

Questo nuovo Ep, registrato durante l’isolamento per Covid-19 e assemblato a distanza col fedele produttore Evlay Beats (al secolo Facundo Yalves), sfoggia materiale ancora più cupo e introspettivo del solito: non poteva del resto essere altrimenti, sommando le tendenze dell’artista alla condizione della quarantena.
Il brano d’apertura, “Ojeras negras”, è forse il suo migliore registrato finora: flussi indistinti di chitarre e tastiere echeggianti, non così distanti dalla synthwave, creano una base rarefatta su cui Wos srotola il suo magistrale flow. Verso dopo verso, l’atmosfera si fa soffocante. Vale la pena di riportare la traduzione integrale del testo:

Sono un condannato a morte con il suo taccuino,
in attesa di qualcosa che lo salvi dall'eterno supplizio,
un colpo di fortuna o un momento tenero,
un tuo gesto cancellerebbe l'inferno.
Non so se sono sempre più me stesso o sempre più un altro,
svenuto perché non mi ritrovo nel mio viso,
tutto è nero intorno e non mi riconosco,
quando partirò vorrò essere concime.
Le intuizioni più fedeli mi vengono lentamente,
vivono in profondità che non frequento.
Sai che abbiamo creduto alla menzogna?
Che tutti sono immagine e nulla rimane dentro?
A prescindere da ciò che dico,
sono ancora nel vortice di una città senza sentimenti,
fossile in movimento, fragile senza fiato,
docile alla sofferenza, martire del pavimento.
Quando tutto si travolge,
ragazzo chiaro, occhiaie nere, prendi il chiaro di luna.
Quando tutto si travolge,
ragazzo oscuro, occhiaie bianche, prendi la luce della luna.
Cammino con l'ego contorto,
né bene né male, grato,
e non credere a tutto ciò che scrivo,
a volte è solo una chiacchierata che ho con me stesso, e poi lo dimentico.
Vorrei non parlare tanto del fatto di vivere,
vorrei essere più sicuro su ciò che sto per dire.
Cosa stavo per dirti?
Oh sì, quante cose devo fare per dimenticare che morirò.
Non so meditare, l'ansia mi vince,
non so come levitare, la gravità mi afferra.
Lo prendo con leggerezza,
il bene e la sua brevità.
Alla mia giovane età la vita è un'ovvietà,
non so perché parlano del libero arbitrio,
se ho sete e ho freddo,
se mi manca ciò che è mio,
se scelgo il mio proprio oblio.
Immagino di essere una scimmia,
è che la mia identità va da rifugio a prigione.
So che la mia anima sta chiedendo aiuto,
o un caldo sollievo come il freddo mitigato da un colpo di liquore.
Quando tutto ti travolge,
ragazzo chiaro, occhiaie, prendi il chiaro di luna.
Quando tutto si travolge,
ragazzo oscuro, occhiaie bianche, prendi la luce della luna.

Difficile fare da seguito a un simile gorgo, ma Wos e Evlay sanno come spiazzare l’ascoltatore: “Alma dinamita” alterna strofe depresse, con le stesse atmosfere del brano precedente, a un ritornello arioso che sembra per un attimo scacciare le nubi. Apprezzabili gli stacchi di percussioni, con chitarre distorte mixate in sottofondo.
Dopo “40”, stacchetto di un minuto per voce e una sferragliante chitarra elettrica, in cui Wos lamenta di non riuscire a dormire e accusa l’isolamento di averlo fatto impazzire, si è già all’ultimo brano, “Algo del vacío”, con la partecipazione di suo fratello, Manu Oliva, a chitarra acustica e percussioni. È un altro brano d’atmosfera, con suoni onirici soggetti a continui trattamenti, che rendono di fatto molto difficoltoso individuarne l’origine (gli accordi che sostengono la strofa potrebbero essere un piano elettrico così come una chitarra). Il testo insiste con interrogativi fra filosofia e analisi interiore (“Non sono Dio e non posso esserlo, anche se usa il suo vestito per assomigliarci. Ecco perché guardo il cielo, è possibile che perda sempre il volo?”), mentre sul finale la voce Manu si libra in linee astratte di fattura angelica, anche queste dovutamente filtrate.

Sono appena dieci minuti e mezzo di musica, ma bastano a farne una delle pubblicazioni più intense del rap di questi anni. Se ne consiglia l’ascolto abbinato al relativo video, curato dai produttori indipendenti Kevin Zeta e N4rf.

(28/08/2020)

  • Tracklist
  1. Ojeras negras
  2. Alma dinamita
  3. 40
  4. Algo del vacío


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