La cantante e chitarrista April Hutchins da Montreal, Canada, è una di quelle musiciste che non sfigurerebbe dinanzi ai più oltranzisti e scioccanti colleghi metallari. Se con i suoi Mellevon si è distinta per un più spiccato spirito, da solista ha optato per un mostruoso amalgama di death-metal e grindcore, in cui vomita una rabbia incontenibile e animalesca, mentre si destreggia fra riff fulminei e assoli vertiginosi.
Giunge a questo “Dark Arms Reach Skyward With Bone White Fingers”, largamente ispirato all’anime Neon Genesis Evangelion, dopo una serie di opere brevi, alcune attraversate da un’ironia spiazzante, come “Something Is A Foot” (2018), e importanti dosi elettroniche ed atmosferiche, come “The Ocean Calls Me Home” (2019). L’unico album, “Forlorn” (2016), è decisamente più coerente nel suo progetto estetico e quindi il seguito qui in esame arriva non privo di qualche incertezza su cosa ascolteremo. “Nadira” chiarisce subito che il malvagio puzzle di velocità, potenza e precisione sarà ancora una volta protagonista, ma “If You’re Going To Do It, Do It Now” espande la formula verso il parossismo dello slam-death-metal, cioè l’estremo confine dell’iper-violenza sonora, e inserendolo in una macchina sonora bestiale e chirurgica, per densità e potenza all’altezza dei migliori Cattle Decapitation.
Proprio questa capacità di mutare, costruire e trasformare, questo dinamismo compositivo rende avventuroso l’ascolto di una “Skyward”, col suo ritornello sognante, o di una “Heavy Lie The Mountains”, al confine fra math-core e death-core. “Pathetic Consummation” fa deragliare ripetutamente quello che potrebbe essere un normale sfogo death-grind, mentre “Ambivalence” aggiunge sfumature cyber-metal. Un discorso a parte lo merita la lunga “Of The Black Moon And The Red Earth”, 11 minuti abbondanti che sono un tour de force chitarristico da capogiro ma anche il tentativo più compiuto di dare una forma organica al curioso prog-metal che pure affiora più volte durante l’ascolto.
Scesi dall’ottovolante di urla feroci, mitragliate ritmiche, deviazioni stilistiche più o meno sorprendenti, si è sicuramente storditi e forse anche un po’ sollevati. La sovrabbondanza della musica di Anna Pest non riesce a sostenere senza flessioni il formato album, tanto che i 44 minuti sono difficili da masticare la prima volta, e solo negli ascolti successivi si trovano maggiori stimoli negli intarsi melodici e nelle finezze produttive sparse qua e là.
La titolare fa quasi tutto da sola, e questo non può che suscitare ammirazione, e sicuramente ha un qualcosa che distingue questa proposta dal marasma spesso indistinguibile del metal estremo, fosse anche solo perché si tratta di una one-girl band, ma questo secondo album conferma che formati più brevi sono maggiormente alla portata della Hutchins e che non è ancora arrivato il momento dell’opera che potrebbe trasformarla in qualcosa di più di una stravaganza adatta ai più insaziabili fra noi ascoltatori.
21/01/2021