Emma Ruth Rundle

Engine Of Hell

2021 (Sargent House) | songwriter

Lirica, a suo modo, Emma Ruth Rundle lo è sempre stata. Attenta però come è all'aspetto sonoro, propriamente esecutivo della sua arte, forse ha trascurato un po' questo lato, che ha finito col perdersi, a costo di uno sguardo primario sulle notevoli facoltà strumentali, come sulla densità di un articolato linguaggio sonoro. Celato dietro le sue granitiche tessiture chitarristiche e un approccio capare di fondere Americana, doom e spunti post in un ampio ventaglio di soluzioni, il suo contributo lessicale non è di certo stato privo di fascino, ma non ha mai avuto la possibilità di spiccare come per questo "Engine Of Hell", quinto album in carriera e allo stesso tempo svolta radicale in un percorso già denso di deviazioni e ridefinizioni. Ridotto ai minimi termini (pianoforte, chitarra, voce, qualche linea di violoncello), il disco si compone di ballate scheletriche, dolorose, che rarefanno l'atmosfera circostante alla ricerca dei significati più puri, di una profondità che solo la comunione col silenzio sa esplicitare. Se l'abisso comincia a guardare dentro di te, riscoprire la propria voce è l'unica terapia possibile.

Essenzialmente composto in Galles, in uno stato di isolamento dettato dalla convergenza pandemica, l'album è materia di riflessione ancor prima che di confessione, un tracciato spartano registrato senza alcun orpello e correzione successiva, che fissa l'incontro più doloroso, quello con la propria anima, pronta a riversare la propria disperazione, troppo a lungo trattenuta. Senza distrazioni, senza l'abuso di sostanze a fornire fugaci scappatoie, "Engine Of Hell" è veicolo di un passato mai affrontato a tu per tu, di uno scavo nei ricordi, da affrontare per poter finalmente marciare avanti, più consapevoli e più liberi. Viene in mente la spoliazione gotica di "White Chalk"? Il paragone non è peregrino, ma forse è meglio gravitare dalle parti della Shannon Wright più essenziale, quella di "Let In The Light" e "Providence", per meglio decrittare il potere di un'estetica così disadorna, ma ancora capace di trascinarci con sé, se tocca le corde opportune.

Tra le visioni luciferine di un'infanzia tutt'altro che rosea ("Some demimonde astride the crossing, you're reaching for a life-like face, you stumble to the cellar door and your fragments glitter the eyelids of a child", canta Rundle, ogni cambio di tono una staffilata tra le carni) e la precisazione di un presente dettato dall'assenza (la ballata cameristica "Blooms Of Oblivion", ben retta dai puntuali interventi strumentali) l'esorcismo dell'autrice vomita un veleno lasciato circolare troppo a lungo, negozia i propri traumi con la carica di un'onestà assoluta, sottolineando ogni sfumatura con la grazia poetica di chi ha dovuto trasformarsi per individuare il proprio linguaggio.
Nelle pieghe dell'ennesimo ricordo legato a una mancanza indelebile ("Though I can't feel you now, still I can't feel you near my side") il pianoforte, vecchio amico ritrovato, ritorna con leggiadra persistenza, unendo con carattere l'irruenza di Tori Amos e il mistero di Agnes Obel. E quando "The Company" prende in prestito l'attitudine più selvaggia di "Some Heavy Ocean" (bene osservare come la voce di Rundle si impossessi di ogni melodia donandole l'opportuna identità), partono i tasti grevi di "Dancing Man" a trascinare nell'inverno dell'esistenza, il canto un sospiro pronto a sibilare a propria difesa, fino a mollare la presa, ancora una volta.

Solo a superamento avvenuto, a valicamento di questo motore infernale che tutto vuole bruciare, un pezzo come "In My Afterlife" acquisisce valenza: la sua sospensione, il suo sole che scotta, sono solo i prodromi di un nuovo abbandono, di una vita dopo che non cancella quanto avvenuto, ma sa finalmente respirare il profumo di una libertà pagata con ogni cellula del proprio corpo. Forse Emma Ruth Rundle, come lei stessa dichiara, non troverà mai il segreto della felicità, ma in fondo non è propriamente questo il punto. Nel rivolgersi alla propria vulnerabilità ha centrato l'irripetibile pienezza della sua arte, ha svelato l'incognita di una scrittura che forse più che di fascinosi armamentari sonori aveva bisogno di spazio. Non vi è niente di minore in tutto questo.

(11/11/2021)

  • Tracklist
  1. Return
  2. Blooms Of Oblivion
  3. Body
  4. The Company
  5. Dancing Man
  6. Razor's Edge
  7. Citadel
  8. In My Afterlife




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