Moritz Von Oswald Trio

Dissent

2021 (Modern) | impro, electro-jazz, ambient

Un approccio libero e fluido da improvvisazione in studio, un suono intenso, magmatico e proteso verso le platee avantgarde del secolo scorso. Percussioni e synth, pelli e circuiti, sudore e meditazione, l’ossequioso silenzio verso l’espressione altrui e una personale cacofonia dell’animo sempre pronta all’agguato. In una parola: “Dissent”, dieci capitoli, più prefazione ed epilogo, per un’ora e un quarto di musica che cresce e si dipana come la nebbia agli irti colli.
Il percussionista e manipolatore digitale tedesco Moritz Von Oswald ne ha già combinate tante in quasi sessant’anni di vita, creando un ombrello di pubblicazioni dove techno e dub convivono con la musica classica, il jazz e l’elettronica da ambienti. Da un decennio a questa parte, il suo Trio cambia spesso formazione, trovando così la spinta per non posarsi mai sugli allori – Vladislav Delay e Tony Allen già tra gli ex-collaboratori, su lavori quali “Vertical Ascent” e “Sounding Lines” rispettivamente.

Stavolta, la nuova formazione del Trio è più “zoppicante” che mai: anche Heinrich Kobberling infatti è un percussionista, nonché professore di musica all’Università di Leipzig, e il suo apporto sui solchi di “Dissent” raddoppia la mano di Moritz in un continuo sfrigolare ritmico di legni, piatti, tamburi, campanelli e sonagli. Questo lascia alla sola Laurel Halo il compito di riempire ogni spazio armonico tramite un armamentario di tastiere, manopole e oscillatori - e se siete familiari con la produzione di Laurel nel corso dell’ultimo decennio, avrete sicuramente fatto i conti con la sua innata capacità di dare forma al dubbio e voce all’astratto (basti lo scarto tra le contorsioni digitali di “Quarantine” e la jazz-techno di “Chance Of Rain” a illustrare un percorso tutt’altro che ortodosso).
Ma è proprio da questa curiosa “dicotomia a tre” che “Dissent” aggiunge un tassello ancora diverso alla discografia del Trio. Inutile negarlo: qui vengono meno sia l’aspetto più puramente techno che le escursioni nel mondo della classica moderna di Moritz, come quel famoso “Recomposed” in coppia con Carl Craig. Eppure, pur nella sua pachidermica confusione impro-jazz di scarti ritmici e cornici concentriche che paiono girare a vuoto, il nuovo lavoro mostra uno svolgimento complessivo articolato e avvincente, capace di mettere a fuoco più punti di vista.

“Preface” apre l’ascolto col sinistro ringhio di una belva ferita nella foresta, e “Chapter 1” segue subito nel solco, aggredendo l’ascoltatore con sette densissimi minuti di trame oblique e una corpulenza quasi post-rock che può far pensare, almeno per associazione emotiva, tanto ai Mogwai quanto ai Bark Psychosis. Ma è un attimo, perché col “Chapter 2” le percussioni iniziano a parlare tra di loro, come se fossimo piombati dentro la celebre colonna sonora di “Birdman” a cura di Antonio Sánchez.
Sono momenti curiosi, come quando nel “Chapter 3” appare una diafana calma ambient appena scandita dalle percussioni che si muovono come passi nella notte, o i rumori degli insetti del “Chapter 7”, presto coperti dai synth come una coltre di cenere, mentre il ritmo dei piatti prova ad aizzare - senza successo - una parvenza di drum’n’bass. Il beat digitale fa finalmente il proprio ingresso nel “Chapter 6”, ma è lento come Burial e opprimente come Raime.

Una vaga idea di pista da ballo prende forma con “Chapter 5” e “Chapter 8”, due composizioni prossime al 4/4 della house e all’acid-jazz rispettivamente. Ma il tocco al piano elettrico di Laurel suona nervoso e poco fluido: farà sicuramente innervosire i puristi, e tutti quelli che hanno dovuto imparare l’importanza della posizione del polso in relazione alla tastiera, eppure è proprio questa vaga legnosità d’approccio che evita l’effetto lounge da cocktail bar in favore di un più imperscrutabile monologo interiore. Pur diverso come impianto ritmico, anche il “Chapter 10” trasforma la discrasia del nuovo Trio in un punto a favore: Moritz e Heinrich si sbizzarriscono a piacimento su un ricco tappeto percussivo, mentre Laurel, quasi in disparte, crea piccoli affreschi di armonia, quasi fossero i rintocchi solitari di celesta nella celebre “Musica per archi, percussioni e celesta” di Béla Bartók.

Nato per caso, o studiato fino all’ossessione nel minimo dettaglio? Genuinamente curioso o semplicemente troppo elitario per piegarsi nuovamente ai ritmi della techno? Punti di vista; certamente i tre musicisti coinvolti bazzicano ai piani alti dell’arte musicale tedesca da anni, entrando di soppiatto negli ambienti più esclusivi.
Rimane al qui presente “Dissent” un fascino sfuggente ma innegabilmente avvolgente, una sorta di viaggio che sale su verso gli astri e poi ricade giù nei pertugi dell’animo umano. Chiude le danze proprio “Epilogue”: una techno industriale esangue e nevrotica, palleggiante come robotica e spettrale come la dub, quasi volesse allungare un ritorno alle origini - ma chissà se potranno mai più essere quelle di un tempo?

(23/12/2021)

  • Tracklist
  1. Preface
  2. Chapter 1
  3. Chapter 2
  4. Chapter 3
  5. Chapter 4
  6. Chapter 5
  7. Chapter 6
  8. Chapter 7
  9. Chapter 8
  10. Chapter 9
  11. Chapter 10
  12. Epilogue
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