Skeleton Crew

Free Dirt (Live)

2021 (Klanggallerie) | jazz-rock, avantgarde, free improvisation

Nati nel 1982, gli Skeleton Crew sono uno dei migliori frutti del foltissimo albero genealogico degli Henry Cow. Un gruppo dal suono unico, nato anche grazie alle avversità del fato: trasferitosi a New York, dopo l’esperienza “Massacre” in trio con Bill Laswell e Fred Maher, Fred Frith voleva creare un quartetto insieme al violoncellista Tom Cora, all’epoca già membro dei Curlew con George Cartwright e impegnato nella scena dell’improvvisazione radicale con musicisti come John Zorn. Per un’incredibile coincidenza, i due ulteriori musicisti coinvolti nel nuovo gruppo furono colpiti più o meno contemporaneamente da collasso polmonare, con la conseguente cancellazione di una serie di concerti fissati. Frith e Cora decisero così di fare di necessità virtù, dando vita a un duo di one man bandin cui entrambi avrebbero suonato più strumenti contemporaneamente. Frith si divideva (o moltiplicava?) tra chitarra, basso a sei corde, violino e tastiera Casio, Cora tra violoncello, basso e nastri attivati attraverso pedali, ed entrambi suonavano parti di batteria e cantavano. Una scelta che, lungi dal mero sfoggio di tecnica e dall’esibizione da circo, ha contribuito a creare lo stile unico e personale del gruppo: una complessità sonora derivante da un coordinamento ritmico del tutto anomalo, che, come osserva Chris Cutler, permetteva di creare “alcune parti fantastiche e normalmente non suonabili, visto che la maggior parte dei batteristi ha un solo cervello”.

Gli Skeleton Crew proponevano canzoni e brani strumentali valorizzando ognuno le proprie influenze sonore, mescolando principalmente rock, jazz e folk da diversi angoli del mondo. Nella loro musica la complessità compositiva ed esecutiva dei brani convive con la freschezza e la semplicità dell’impatto sonoro, talvolta quasi punk, un assalto sonoro sghembo e spigoloso, un’avanguardia ruvida e – scopriamo ora – “on the road”, in cui ogni strumento contribuisce all’elemento ritmico, dallo strumming allo sfregamento degli archetti sulle corde. Testi tra il cantato e il declamato, spesso composti come brevi slogan le cui frasi, che si intrecciano ripetute con lievi modifiche, si sovrappongono e dialogano con gli strumenti, cori, archi e corde, voci su nastro rubate qua e là che si affacciano come interferenze radiofoniche, la musica del gruppo era finora documentata solo dal primo album in studio “Learn To Talk” (1984) e dal successivo “The Country Of Blinds” (1986), con l’aggiunta dell’arpista (elettrica!) Zeena Parkins, impegnata anche a tastiera e voce, che si era unita alla band nel 1984.

Il doppio cd “Free Dirt” è concepito come una piccola macchina del tempo tascabile, con l’intenzione di restituire per quanto possibile l’esperienza di assistere a un concerto del gruppo e farne conoscere meglio la storia e l’approccio. Per farlo, Fred Frith si è cimentato con cassette di oltre 35 anni fa che documentavano concerti registrati in condizioni diverse e non sempre ottimali, con qualità audio altalenante. Il libretto del cd mostra quelle locandine fai-da-te fotocopiate che chiunque abbia frequentato un certo tipo di musica non faticherà a riconoscere, serate dall’esito a sorpresa per gli stessi musicisti che non avevano un tecnico del suono e non sapevano come sarebbe suonata la loro musica di concerto in concerto.
Nonostante le fonti non siano sempre di massima qualità, l’impresa può dirsi riuscita: entrambi i cd scorrono piacevolmente dando la sensazione che si tratti della registrazione di una sola serata, grazie alla coerenza sonora del materiale assemblato.

Basta guardare le date per capire perché la pubblicazione di un doppio live del gruppo sia così importante: gli Skeleton Crew hanno suonato molta più musica di quanta ne abbiano registrata, e se questo elemento può essere un’ovvietà per qualunque band abbia un’intensa attività live, diventa cruciale per musicisti per cui la registrazione in studio rappresenta solo una fotografia, un fermo immagine all’interno di un percorso sonoro in continua evoluzione, in cui spuntano continuamente nuovi brani e quelli vecchi cambiano forma ogni sera.
I due cd testimoniano i diversi periodi della band, duo e trio, con molte registrazioni precedenti alla registrazione degli album, documentando la dimensione live del gruppo, particolarmente intensa. Frith parla di 42 serate in soli 45 giorni in Europa nel 1982, un tour de force che lo ha visto viaggiare insieme a Cora in epoca pre-Schengen con i bagagli di un’intera band, generando probabilmente non poche perplessità ai controlli di frontiera.

“Free Dirt” si apre con un’introduzione improvvisata e già a pochi secondi dall’avvio, sentendo il violoncello di Tom Cora, prematuramente scomparso nel 1998, sembra di incontrare un amico che pensavamo di non rivedere più. C’è un’aria di familiarità nella musica, ma non mancano elementi di novità, in particolare il ruolo dell’improvvisazione nelle performance del gruppo. Per la prima volta viene documentata la partecipazione in alcuni brani del fiatista americano Dave Newhouse, impegnato qui a sassofoni, clarinetto basso, tastiere e percussioni.
A dimostrare come i concerti fossero il laboratorio itinerante degli Skeleton Crew sono soprattutto le improvvisazioni, in cui si possono riconoscere in parte le origini di brani che sarebbero stati poi registrati in studio. Tra i due episodi intitolati “Almost Free” (versioni embrionali di “We’re Still Free”, dal primo Lp del gruppo) e le “Selected Short Stories” sparse nei due cd, è evidente come le forme astratte delle improvvisazioni evolvano verso possibili canzoni, rivelando qualcosa in più sul processo creativo e compositivo del gruppo.

I brani già noti sono carichi di freschezza live, a volte ben più irruenti delle versioni in studio (“The Way Things Fall”), e permettono di capire bene il contributo di ognuno dei musicisti e stupirsi che davvero fossero solo in due sul palco (“Factory Song”, “Life At The Top”). Tra gli inediti ci sono brani come lo strumentale “Hook”, con esplosioni di ritmo serrato, “svioloncellate” di Cora con suoni al limite dello stridulo, il tapping di Frith, o “Dere Geliyor”, brano tradizionale turco sostenuto dal clarinetto basso di Newhouse, con violino e violoncello intrecciati nella parte melodica, perfettamente in linea con lo stile del gruppo. Quanto doveva essere strano trovarsi in un concerto rock, magari stetti fra quattro mura in un piccolo locale, e ascoltare archi e clarinetto eseguire un brano come questo?

Anche il secondo cd alterna brani già noti e inediti. Tra i primi, “The Hand That Bites”, qui in una versione dal ritmo serrato, “Bingo”, con i vocalizzi della Parkins e il violoncello di Cora a fare da contraltare al canto rabbioso di Frith, per poi evolvere in un’allegra melodia folk, nuovamente “Factory Song”, in una versione “più o meno strumentale”, utile a capire come i brani cambiassero di serata in serata.
Se le improvvisazioni raccontano la storia del gruppo prima delle registrazioni in studio, le canzoni inedite del secondo cd mostrano forse la strada che il gruppo non ha intrapreso del tutto: a parte “Sparrow Song”, un bignami degli Skeleton Crew che in circa un minuto e mezzo incalza l’ascoltatore tra tastiere, voci, folk e complessità percussiva già presente nella colonna sonora del documentario “Step Across The Border” dedicato alla musica di Fred Frith, “Safety In Numbers” e “Begin Again” mostrano il trio impegnato in canzoni di protesta dal sapore wave, con voci arrabbiate e linee vocali più semplici. Brani sempre belli, complessi e altamente creativi, ma che forse permettono di capire meglio il senso delle parole di Frith quando afferma che il gruppo si è fermato quando i tre si sono resi conto di essere arrivati a suonare come una normale band.

“Free Dirt” si pone quindi come un tassello discografico fondamentale per conoscere gli Skeleton Crew, non solo per la possibilità di ascoltare più di due ore di musica mai pubblicata, ma anche per aggiungere un capitolo a una storia ben più lunga e intensa di quanto finora “raccontato” su supporto fonografico. Un plauso, quindi, non solo a Frith ma anche all’austriaca Klanggalerie, responsabile di questa pubblicazione che nel 2022 sembra davvero controcorrente. Da alcuni anni l’etichetta propone ristampe e nuovi cd spaziando dai Residents agli Officer!, da Charles Hayward a Snakefinger. Una scelta coraggiosa? Non la pensa così il titolare Walter Robotka: “Che a nessuno piacciano più i cd è una diceria”, ci ha detto. “I cd si vendono bene... Naturalmente non siamo vicino ai dati di vendita di 20 anni fa, ma molte persone adorano questo formato - e anche noi”.

(09/04/2022)

  • Tracklist
Skeleton Crew 1982-83

1.Introduction/The Way Things Fall
2.Almost Free I
3.Disporting Themselves At Improper Moments
4.Not My Shoes
5.Selected Short Stories I
6.Factory Song
7.Onwards And Upwards
8.Automatic Pilot
9.Hook
10. Selected Short Stories II
11.Life At The Top
12.Almost Free II
13.Yer Elegy
14.Dere Geliyor
15.Listening In
16.Los Colitos
17.Zach's Flag
18.Half-Remembered Yesterdays


Skeleton Crew 1984-86


1.Just The Beginning
2.The Hand That Bites
3.Selected Short Stories III
4.Safety In Numbers
5.Bingo
6.Dead Sheep Coda
7.Factory Song
8.It's Fine
9.Spanner In The Works
10.The Folk Tune
11.Sparrow Song
12.Selected Short Stories IV
13.Begin Again
14.Second Rate
15.New Orleans Stomp
16.Selected Short Stories V
17.The Birds Of Japan
18.Selected Short Stories VI
19.You May Find A Bed