E adesso parliamo un po' di "streamingcore", che ne dite? Cosa vuol dire che è un termine che non esiste? Va bene, vorrà dire che sarà utilizzato qui per la prima volta. Quando poi riassume con grande semplicità un modo di produrre musica in cui rientrano torme di gente (tra cui anche la popstar qui recensita) perché non approfittarne? Non si affronta niente di nuovo, per carità, d'altronde l'avvento dello streaming è tutt'altro che recente: sono in tantissimi coloro però che, magari con una sola vera hit alle spalle, cercano di adattarsi alle mode correnti realizzando canzoni e album fatti apposta per inserirsi senza alcun disturbo nelle playlist di peso. Il successo in classifica magari sarà negato, ma gli ascolti complessivi saranno comunque considerevoli, tali da generare un discreto flusso di introiti.
Con le sole "Sweet But Psycho" e "Kings & Queens" a essersi davvero fatte notare,
Ava Max è tra le più illustri interpreti di suddetto
modus operandi, complemento immancabile a ogni scaletta che faccia di melodie pop, ballabilità diffusa e facilità di pensiero il suo proclama. In "Diamonds & Dancefloors", secondo album che vorrebbe portare un cuore in frantumi a sfogarsi sulla pista da ballo, l'interprete e paroliera albanese-statunitense conferma le impressioni, posizionandosi in un territorio di rassicurante medietà, sì curato nel dettaglio ma privo di qualsivoglia slancio, tanto cantabile quanto evanescente.
Non troverete momenti veramente imbarazzanti, tra i solchi dell'album: i riferimenti sono quelli giusti, l'essenza dance si piega ora alle esigenze di un motivo euro (il singolo di lancio "Million Dollar Baby", "Ghost", Robin S a salutare dallo specchietto retrovisore), ora viaggia verso scenari electro tirati a lucido ("Maybe You're The Problem"), senza mai lesinare sul ritornello. Anche così, tra un tributo al
french-touch dei tempi d'oro ("Hold Up (Wait A Minute)") e
crossover italo-teutonici (gli accenni
trance della
title track) manca però l'elemento fondamentale: l'anima.
Appiattite su un registro che comunica tutto fuorché tristezza e abbandono, le canzoni non hanno un'oncia del vigore di una
Dua Lipa, non giocano nello stesso campionato del duo
Ware/
Murphy (no, non basta un accenno di archi a fare di "Turn Off The Lights" un saggio di buona
nu-disco), si privano pure del divertimento cialtrone della
Gaga di "
Chromatica". Si prova di tutto, pure richiami
synthwave ("Cold As Ice"), ma l'effetto sortito rimane analogo: ci fosse stata un'altra
vocalist, magari una dell'altrettanto grigio panorama dance scandinavo (Tove Lo, Zara Larsson e compagnia andante) il baricentro non si sarebbe spostato di un centimetro.
Certo, cassa canta e anche a non toccare mai più la top ten per il momento non c'è da preoccuparsi: attenzione però, che ci vuole un attimo prima che qualcuno intuisca le esigenze dello streaming e sappia sfruttarne meglio i meccanismi.