Avevano annunciato l’addio alle scene, e avevano pure messo in piedi un tour di commiato, inizialmente previsto nel 2016 e infine organizzato nel 2022. Invece no, nonostante i proclami, le cose sono andate diversamente se oggi abbiamo tra le mani “Dig The Mountain!”, il quarto album degli Stornoway a ben otto anni di distanza dal notevole “Bonxie”, di cui appare come un più che degno, per quanto tardivo, successore. Evidentemente Brian Brigg (voce e chitarra), Jon Ouin (tastiere) e Oli Steadman (basso), ai quali si aggiunge alla batteria Mike Monaghan (Gaz Coombes, Saint Etienne), devono essere stati della stessa idea, ovvero che loro malgrado – se così si può dire – stesse nascendo un repertorio che sarebbe stato un peccato buttare via, mentre si rimbalzavano le nuove tracce che man mano prendevano forma in una sorta di ping-pong a distanza da un lato all’altro dell’Inghilterra, ciascuno pronto ad aggiungere una parte e a rispedirla agli altri.
E così, manco a dirlo, “Dig The Mountain!” ci restituisce gli Stornoway nella loro forma migliore, come se otto anni e mille vicissitudini non fossero mai passati. E proprio come un tempo, il terzetto britannico sembra riuscire ad avvicinare con la sua solita naturalezza (e convinzione) le sfere del folk, da cui tutto parte e tutto si risolve, e quella del pop, qui maneggiato con particolare cura e dimestichezza.
Pop, alla loro maniera, sono “Trouble With The Green” (forse il miglior pezzo dell’album), con il suo crescendo inquieto e orchestrato, la cover di Bjork “It’s Not Up To You” (in cui compare come ospite la cinese Yijia Tu) e indubbiamente “The Navigator”, con il featuring di Sam Lee e quella vena funk che si insinua sorniona tra le pieghe, oltre a una “The Manatee” che esonda nel rock.
Altrove, “Bag In The Wind” ha quella vena pastorale che richiama i Fleet Foxes mentre tocca con grande leggerezza il tema dell’inquinamento perpetrato dall’uomo al pianeta. “Sea Legs”, da par suo, ha più a che fare con The Leisure Society di qualche tempo fa, a ulteriore testimonianza di come per gli Stornoway il tempo si sia cristallizzato da qualche parte a metà degli anni Dieci.
La matrice folk, che pure si insinua ovunque, torna a prendersi tutto lo spazio che le compete nelle varie “Anwen” (con Fyfe Dangerfield), “The Fisherman” e “Kicking The Stone”, quest’ultima accompagnata dal pianoforte anziché dalla chitarra acustica. La preghiera pagana “Excelsior” chiude con toni caldi la liturgia minuta e garbata di una band perduta e ritrovata, in qualche modo persino estranea, almeno all’apparenza, alle logiche dell’industria musicale odierna. Otto anni, ma ne è valsa la pena.
15/10/2023