Amaro Freitas

Y'Y

2024 (Psychic Hotline)
jazz-fusion, modern-creative, post-minimalism

A voler riassumere in poche parole una discografia così avventurosa ed elettrizzante come quella del pianista pernambucano Amaro Freitas, una definizione come "epica brasiliana" potrebbe risultare decisamente adatta allo scopo. Nel corso di una carriera ancora giovane ma qualitativamente densissima, il musicista di Recife ha omaggiato la sua terra con straordinaria inventiva e un vibrante tocco narrativo, in un profondo dialogo che dai nativi ritmi e armonie ha saputo abbracciare i linguaggi più disparati, il tutto in una folgorante commistione fusion. Alla volta del quarto album, non accenna a frenare la sua ambizione, anzi la incanala nel suo progetto più coraggioso ed espansivo. Non vi è il cosmopolitismo di "Rasif" e nemmeno le acrobazie pirotecniche dell'eccezionale "Sankofa", eppure "Y'Y" ("acqua" o "fiume" in lingua sateré-mawé) è la testimonianza di un'immaginazione fervidissima, il resoconto di un viaggio a Manaus che si tramuta nella foresta circostante e nei suoi suoni, che si fa spirito e mitologia, piegando un pianismo già proteiforme alla volta di un peculiare minimalismo d'atmosfera.

Amazzonia e classica contemporanea, poliritmi e suggestioni: in questo paradiso sonoro che gioca con gli spazi e gli scarti d'intensità con un candore estremo, il jazz pare quasi non avere voce in capitolo. Il parterre di amici invitati per l'occasione smentisce la considerazione nell'immediato (passiamo infatti da Jeff Parker a Brandee Younger e Shabaka Hutchings), nondimeno il suo pianismo mantiene intatti i legami col genere, che sia nel fraseggio (a tratti memore di McCoy Tyner) o nella gestione delle composizioni. Eppure l'universo di Freitas non è mai risultato così accogliente: tra felci e liane, "Mapinguari" apre all'universo incantato dell'album con fare pieno di mistero, pochi accenni percussivi a inquadrare la corsa dell'omonimo gigante, un ciclope alla costante ricerca di cibo per soddisfare la sua fame. È solo un preludio alle successive meraviglie, a una natura straordinaria che si rivela nei propri incanti, nelle leggende. Con un pianoforte pizzicato sulle corde attraverso un eBow e ulteriormente distorto tramite nastro adesivo, "Uiara" tramuta il mito del delfino rosa, la fantastica signora dei fiumi, in movimento e poesia, un tableau vivant in cui l'intero strumento fa da cassa al nuoto dell'animale, alla sua incantevole bellezza, finanche ai suoi versi.

È una saggezza ancestrale, un flusso di tradizioni e costumi che Freitas propone e riadatta con sensibilità moderna, comunque lontana da schemi preconcetti. Dal tributo al percussionista Naná Vasconcelos in "Viva Naná", momento di rilassato raccoglimento indigeno, al vitale duetto pianoforte-m'bira di "Sonho ancestral" (chiuso su un euforico trillare di tasti), il musicista rappresenta con successo l'anima più profonda della foresta e delle genti che da millenni la sorvegliano, tracciando parallelamente una rotta transatlantica alla volta di un'Africa vista da sempre come madre munifica. Tale collegamento si esplica al meglio in "Dança dos martelos", altro studio sulla dinamica del piano preparato, dove mollette e sementi varie si frappongono tra le corde per irrobustire le cadenze danzanti delle note, dotandole di un calore e di un'eccentricità che uniscono i punti tra il Rio Negro, il Golfo di Guinea e le avanguardie novecentesche.
Non che i lussuosi contributi esterni diminuiscano le tendenze post-coloniali insite nella musica di Freitas: l'incontro tra i grandi fiumi che attraversano il nord del Brasile diventa nella title track l'occasione per il recifense e Hutchings di suonare in opposizione, il flauto e l'avorio a muoversi in contrappunto, la perfetta rappresentazione di un vortice antico quanto i corsi d'acqua stessi. Se "Mar de Cirandeiras" omaggia la città di Recife, il mare e le sue danze tradizionali, attraverso la più luminosa melodia della raccolta (in questo aiutato dall'assolato tocco chitarristico di Jeff Parker), l'arpa di Brandee Younger si presta egregiamente a marcare stretta la luce emanata da "Gloriosa", ballata cool che omaggia la madre del pianista con commossa partecipazione.

Non sorprende che l'atto finale giunga quasi come un compendio delle istanze promosse da "Y'Y" nel suo insieme: più classicamente jazz nell'assetto, ma mai dimentico delle sue ispirazioni brasiliane, "Encantados" riprende la struttura da small-ensemble di "Rasif", ma gioca con i colori e le improvvisazioni in maniera totalmente antitetica, col basso del cubano Hamid Drake e la batteria di Aniel Someillan a essere il perno per le esplorazioni, tra il tradizionale e lo spirituale, del flauto di Shabaka. Non sorprende nemmeno che la filosofia creativa di Amaro Freitas si doti di un'inventiva che ormai non conosce limiti. Parco ma deciso nelle sue pubblicazioni, il pianista brasiliano esemplifica un'arte che dal jazz abbraccia la storia travagliata di un paese intero e ne assottiglia i contributi esterni, invitando il resto del mondo a lasciarsi influenzare. In questo appassionato tributo, l'Amazzonia emerge semplicemente trionfale.

23/04/2024

Tracklist

  1. Mapinguari (Encantado da mata)
  2. Uiara (Encantada da água) - Vida e cura
  3. Viva Naná
  4. Dança dos martelos
  5. Sonho ancestral
  6. Y'Y (ft. Shabaka)
  7. Mar de Cirandeiras (ft. Jeff Parker)
  8. Gloriosa (ft. Brandee Younger)
  9. Encantados (ft. Hamid Drake, Shabaka, Aniel Someillan)

Amaro Freitas sul web