Il precedente album in studio degli Indochine, "13" (2017), era risultato uno dei più grandi successi della loro carriera, con circa 550mila copie vendute, confermando il loro posto come formazione francofona più longeva (il debutto risale al 1982) e più venduta.
Negli ultimi sette anni la band non è stata in silenzio, pubblicando antologie e dischi dal vivo, ma ha probabilmente sentito il bisogno di ricaricare le batterie: dopo una carriera così lunga, trovare nuovi stimoli può non essere semplice.
Questo nuovo "Babel Babel", uscito lo scorso settembre, è composto da diciassette canzoni per un'ora e 27 minuti di durata: una mole importante in termini assoluti, ma non per la media degli ultimi dischi della band (anche escludendo i vari remix, "13" durava altrettanto).
Il brano di apertura, "Showtime", sfoggia una lunga introduzione con protagonisti vocalizzi femminili memori di un classico recente della band, "Le fond de l'air est rouge", contenuto nell'album "Black City Parade" (2013).
Alle atmosfere post-punk e alternative di quello sono subentrati muri di sintetizzatori e una sezione ritmica dalle sonorità marcatamente più elettroniche, con una rigida cassa in quattro quarti costantemente doppiata da un basso cupo e profondo. Una sorta di piccola sinfonia di tastiere riempie lo spettro sonoro in maniera tale da rendere necessari ripetuti ascolti per captare tutti i dettagli.
Proseguendo il prestito dal linguaggio della musica classica, l'ouverture termina piuttosto bruscamente dopo due minuti. Non che siano presenti chissà quali cambi di dinamica drastici, tuttavia il cantante Nicola Sirkis e il chitarrista Oli De Sat (al secolo Olivier Gérard), autori della musica, adottano un sapiente spostamento di un tono nell'armonia della canzone. Quando infatti l'ascoltatore è ormai entrato in confidenza con l’atmosfera dell’introduzione e con ogni probabilità si aspetta di sentire una melodia vocale sopra gli accordi che aveva ascoltato sino a quel momento, la canzone prende un’altra strada.
La parte vocale fa il suo ingresso di slancio, incalzante e solenne, con la stessa melodia cantata su tre ottave diverse: quella mediana e quella grave, entrambe interpretate da Sirkis (che specialmente nella seconda dà sfoggio di una notevole estensione verso i registri bassi), e quella alta, ad opera della cantante spagnola Ana Perrote, voce e chitarra della band indipendente tutta al femminile Hinds.
Gli Indochine sono soliti dare visibilità e ricondivisioni sui loro social network a nuove formazioni non troppo conosciute, a testimonianza di uno spirito di ricerca mai sopito, nemmeno dopo oltre quarant’anni di attività. Degno di nota il riff di sintetizzatori distorti che sconquassa la pausa ambientale a 3'15''.
"Victoria" si avventura su territori dance old school, quasi a ricordare la sensualità al crocevia fra downtempo, chillout e house di "Sweet Harmony", storico singolo dei Beloved. Il mix tra il classico stile degli Indochine e questi territori da club è piuttosto riuscito, sebbene il cambio armonico al minuto 2'56'' non risulti efficace quanto quello apprezzato su "Showtime" o in altri classici della band ("Trois nuits par semaine", "L'aventurier" e "Playboy" tra le altre): questo espediente di scrittura, riproposto più volte negli anni ma rimasto efficace poiché centellinato, alla quinta traccia di "Babel Babel" ha già trovato spazio due volte.
L'intro di “L'amour fou" spicca per l'uso ingegnoso dell'effetto delay sulle chitarre elettriche, restituendo un’atmosfera inedita per il gruppo, quasi funk. Ben presto la canzone muta però in un synth-pop sì piacevole, ma davvero molto simile a quanto già ascoltato nella "2033", dall'album "13".
"Sanna sur la croix" è un manifesto femminista che si schiera a favore della premier finlandese Sanna Marin, eccessivamente criticata in quanto donna quando scoperta a far baldoria con amici: la marcia elettronica sottostante, dopo un'intro pianistica, si innalza in un refrain corale dal sapore chiesastico.
Se "La belle et la bête" è un'inedita incursione in territori dub, che non per questo rinuncia all'arrangiamento electro, "Le chant des cygnes" ha una struttura irregolare, ciclica, quasi una sorta di mini-suite progressive: la melodia delle strofe, per quanto così classicamente Indochine da rasentare l’autoplagio, è urgente e drammatica; tuttavia un eccesso di pathos e di cori pregiudica la piena riuscita della canzone.
"Le garçon qui rêve" e "Seul au paradis" sono due ballad d'atmosfera, lenti senza batteria: orchestrale e malinconica la prima, pianistica e drammatica la seconda; pur forti di un buon mestiere, non riescono a replicare l'ispirazione di alcune grandi canzoni di questo tipo realizzate in precedenza dalla band francese ("Le grand secret" da "Paradize", "Bye Bye Valentine" da "La république de meteors" tra le altre).
La title track apre il secondo disco ed è la controparte ancor più dilatata di “Showtime”. Con poco più di otto minuti di durata, è la canzone più lunga della storia degli Indochine: l'introduzione strumentale si prende tutto il tempo necessario per costruire il giusto climax ed esplicita ulteriormente la forte connessione con l'attualità presente nell'album.
Una babele di voci di notiziari che si accavallano in varie lingue dipinge con ingegno un mondo dominato dalla confusione e preda dei tanti tumulti che hanno caratterizzato gli ultimi anni nelle società occidentali (la pandemia di Covid-19, le guerre, la stagnazione economica), come immortalato anche dalla copertina.
Intorno al secondo minuto fa il suo ingresso una veloce chitarra elettrica in palm muting, che apre la strada alla voce di Sirkis, da sempre cantante espressivo che a 65 anni non ha né perso il suo carisma, né ha visto la sua voce indebolirsi.
Anche in questo caso un lento ma progressivo crescendo di dinamica esplode intorno al quarto minuto con l'ingresso della batteria. Da lì in poi la canzone dà sfoggio di un vasto campionario di arrangiamenti, sbizzarrendosi nella scelta timbrica di sintetizzatori in bilico tra synthwave ed electropop.
Il resto delle canzoni esibisce un marchio Indochine ormai incrollabile, almeno da quando Oli De Sat è divenuto membro fisso e centrale della formazione (ovvero da "Paradize", nel 2002), in differenti varianti: "Ma vie est à toi" ha sintetizzatori solisti marcatamente psichedelici, "Girlfriend" una chitarra quasi shoegaze, "No Name" un serrato battito da dance alternativa mescolato a chitarre acustiche folk.
Benché non tutto fili liscio e qualche tratto di stanchezza fisiologica emerga, è impressionante trovarsi di fronte a una band che, dopo quarantadue anni di carriera, si impegna ancora con tanta ambizione per portare a casa il risultato. Brani imponenti quali "Showtime" o la title track meritano senza dubbio un posto nella parte più elevata di un canzoniere ormai con pochi eguali, mentre il pubblico gli rimane più che mai fedele: l'album è entrato ancora una volta al numero 1 della classifica francese, ottenendo il disco d'oro dopo appena una settimana.
30/11/2024
Disc 1
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