Quella dei norvegesi Building Instrument è una carriera discografica contrassegnata da coerenza e intensità espressiva, con oltre dieci anni di presenza nel catalogo della piccola ma prestigiosa etichetta Hubro. Mari Kvien Brunvoll, Øyvind Hegg-Lunde e Åsmund Weltzien in questi ultimi anni hanno collaborato con molti artisti e dopo sette anni di silenzio tornano in campo con un nuovo album, “Månen, Armadillo”.
La fusione di elettronica, eteree sonorità folk e minimalismo è ancora una volta incantevole. Quella dei Building Instruments è una musica che si muove ai confini dell’astrazione avantgarde, in un gioco di rimandi e insolite citazioni che si sottraggono alla prevedibilità di opere stilisticamente affini.
Folktronica o ambient-pop? “Månen, Armadillo” è molto di più che una semplice formula alchemica: l’organicità delle composizioni è a tratti impressionante, tra guizzi ritmici e percussivi che alterano il tessuto armonico (“Sabar/Gull”), incursioni nel dream-pop che richiamano con devozione Kate Bush (“Da/Innom” e “Le Laia”, quest’ultima costruita intorno a una poesia di Federico Garcia Lorca), nonché ingegnosi paesaggi sonori a base di elettronica, pattern ritmici e strumenti acustici (“Saunte”).
Impossibile non riconoscere la profondità della scena strumentale e l’ardita struttura delle composizioni di “Månen, Armadillo”. Brani come “Baby, Når Du Sover” e “Hand/Vindfang” sono tanto ambiziosi quanto soprannaturali, incastonati in un puzzle sonoro dove campionamenti, elaborazioni live, canto e strumenti artigianali (kora, violino Hardanger, vibrafono, glockenspiel, strumenti a fiato, cetra e fischietti) si modellano con un’insolita spiritualità quasi freak.
27/12/2025